Il morbo in Europa, lungi da essere un incidente, è un aspetto strutturale dello sviluppo globalizzato. Quando togli i confini agli uomini, è dura aspettarti che li rispetti un virus uscito dai liquami di un mercato di Wuhan…Il coronavirus ha le spalle larghe. Ormai è lui il colpevole di tutto, il Pericolo Pubblico Numero 1 (e ciò è anche vero, oggi). Sarà però difficile liberarci di lui e dei suoi fratelli in giro per il mondo se non ci stampiamo bene in testa che non è il virus che è venuto da noi, ma (come è stato fatto notare dagli scienziati) siamo noi che siamo sconsideratamente andati a prendercelo fino ai sozzi mercati di Wuhan e dintorni. L’abbiamo fatto per far soldi: motivazione in sé legittima, ma non a prezzo della vita di tutti. Non che il Covid-19 non sia cattivo: è un maledetto virus, che non chiede nient’altro che animali o umani che lo ospitino, lo portino a spasso e gli diano da mangiare; finché, se non sono così forti da metterlo fuori combattimento, li uccide. Così facendo, si comporta esattamente come ognuna delle nostre altre dipendenze, dalla droga all’alcool, ai consumi compulsivi, alle diverse perversioni, ai disturbi alimentari e alla depressione per tutto quanto detto prima. Tutte caratteristiche della ricca e infelice epoca della globalizzazione: quella dello sviluppo delle movide fuori di testa scambiate per segno del progresso dai sindaci tipo canottiera “Milano non si ferma”, quando invece è venuto il momento di fermarsi, subito, e stare in casa con una bandana calda intorno alla testa, per aiutarla a tornare al proprio posto e smetterla di dire stupidaggini.
Dai commenti dell’establishment e dei suoi giornali invece, atterriti che l’epidemia possa nuocere alle “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione (che Giacomo Leopardi già intuiva, e beffava ne “La Ginestra”), parrebbe che sia lui, il virus, l’unico problema. Quando sarà passato – si fa credere – saremo a posto, anzi diventeremo più forti. Il Covid-19 sarebbe insomma come un subdolo nemico venuto qui per farci fuori; però nella favola noi vinceremo e sarà festa. Questa però è solo la versione fiabesca, buona per i gonzi, della più grave pandemia della postmodernità. Il virus non è il Nemico Cattivo di cui parlano i giornali (presentandolo come fosse un essere umano): non ha Quartier generali, truppe, strategie; non ha neppure un cervello (anche se potrebbe infilarsi nel nostro per farsi i fatti suoi) e nessuna morale. La presenza del Covid-19 nel mondo occidentale è il risultato automatico di uno stile di vita e modo di produzione che per avidità, fretta, anche ignoranza, ha messo tra parentesi i pericoli che da sempre minacciano l’uomo, il suo corpo e la sua vita.
Questa è la prima vera pandemia globale (dopo l’Aids, che l’aveva preannunciata verso la fine del secolo scorso) e ci mostra perfettamente per quale ragione il modello di sviluppo globalizzato sia un binario morto, da abbandonare al più presto: destabilizzante e omicida com’è porta solo alla morte. L’uomo non è globale, è locale: se lo stacchi dallo spirito e dalla comunione con la sua terra (il “genius loci” così caro a Jung), perde forze e si ammala. Non a caso, nelle ricerche (anche molto recenti) in cui si chiede alle persone a quale unità amministrativa siano più affezionate, la risposta più frequente non è l’Europa o lo Stato, ma la localizzazione più piccola e delimitata: la frazione del paese. Il territorio della nascita è il primo confine, dopo quello biologico del corpo, all’interno del quale si sviluppa la personalità. Senza questo limite preciso e amato non si forma affatto.
Sento già le obiezioni indignate: ma ormai siamo tutti cosmopoliti, cittadini del mondo! In realtà, anche se qualcuno cerca ancora di vendercela per buona come se fosse una novità straordinaria, quella del cittadino del mondo è una vecchia utopia tardo illuminista, già morta più di un secolo fa, quando con la prima guerra mondiale i paesi europei si assalirono improvvisamente come belve. Freud smascherò presto (nelle Considerazioni attuali sulla guerra e la morte) come i “comportamenti civili” (oggi: “politicamente corretti”) che avevano preceduto il conflitto coprendo i loro “fini egoistici”, fossero soprattutto frutto di ipocrisia. “La nostra attuale civiltà la favorisce … anzi si potrebbe ipotizzare che essa sia stata edificata proprio sull’ipocrisia e sarebbe costretta a cambiare solo quando gli uomini cominciassero a vivere secondo la propria verità psicologica”. Passare dall’egoismo ipocrita alla verità non è pero facilissimo.
Purtroppo sono spesso le epidemie (come anche le guerre) che rimettendo con forza in circolazione la morte, bandita dalle ipocrisie tranquillizzanti delle “società civilizzate”, costringono gli uomini a riscoprire la propria “verità”, e li obbligano ad uscire per forza dalle convenzioni imposte dagli egoismi dominanti nell’epoca. Così, dopo le morti e la sospensione della vita richiesta dalla lotta al virus, anche l’egoismo della Germania e paesi del nord dovrà probabilmente piegare la testa di fronte alla necessità di rimettere in moto l’economia europea. Ma intanto il rigorismo interessato su cui (malgrado l’opposizione di autorevolissimi economisti) fu fondata l’anacronistica proibizione di disavanzi nell’Unione Europea ha fatto i suoi danni e i suoi morti, lasciando mano libera a uno sviluppo caotico e miope, privo di autentici riferimenti umani. Come lo Sguardo Selvatico ha infatti già cominciato a raccontare, l’arrivo del virus non è un bizzarro incidente, ma un aspetto strutturale di questo tipo di sviluppo. Quando togli i confini agli uomini, non puoi aspettarti che li rispettino i virus.
Attenzione: l’elogio del confine non è razzismo, è umanità. È un diritto di ogni popolo quello al proprio territorio e alla propria lingua, e di regolarlo come meglio crede (come ha fatto il Regno Unito con la Brexit). Ed è anche un comando divino quello che impone all’uomo di rispettare questi limiti e non infrangerli volendo diventare come Dio e raggiungere il cielo come vuole fare quel popolo che (come racconta il libro biblico Genesi, 11, 1-9) costruisce l’altissima torre di Babele, che arriva fino al cielo. È proprio per impedire questa azione presuntuosa e blasfema che Dio rende incomprensibile la lingua del popolo che si crede “onnipotente”, disperdendone gli uomini in giro per il mondo. Lo sviluppo umano non nasce da un inflazionato e confuso “assalto al cielo” e alla divinità, ma dalla capacità di ogni nazione di nutrire un saldo rapporto con la propria terra e cultura. Come la rivista teologica internazionale Concilium ha dimostrato prima delle successive infatuazioni globaliste, non c’è perciò contraddizione tra la fedeltà alla propria terra e storia e l’universalismo religioso, cristiano. Chi ha i piedi saldi sulla propria terra riconosce istintivamente la dignità del rapporto dell’altro con la sua (molto più dell’affarista cosmopolita, che è spesso un pericolo per se stesso e per gli altri, come mostrano le pandemie). Ed è pronto ad aiutarlo a restarci, al contrario di chi lo apprezza solo come emigrante obbligatorio. Occorre però riconoscere le cose come stanno. Senza ascoltare altre leggende ipocrite.

Claudio Risé