Silvia Romano è tornata a casa. Gaudeamus Igitur. Ma forse anche no, o si? Boh forse è poi uguale. Tutti si associano al coro di felicitazioni umanitarie per il ritorno della convertita e felice dalla prigionia. L’amore trionfa un’altra volta. Tuttavia ci va di fare un ragionamento più laterale e meno strettamente legato alla sua vicenda.

E riguarda la mediatizzazione esasperata con passerella di politici che hanno accolto l’ennesimo figliol prodigo di ritorno dall’abisso (che poi tanto abisso non sembrava essere una volta fattaci la bocca, come a tutto del resto…). Certo, c’è chi ha contestato, in realtà a ragione, il profilo un po’ troppo sopra alle righe del governo in occasione di una vittoria che ha piuttosto il sapore amaro di un pareggio a causa del quale si verrà retrocessi in serie B. Ma per un pomeriggio ci si è emozionati e in questo paese l’amore prevale su tutto.

C’è forse da chiedersi se l’esposizione di questa ragazza convertita all’islam nel suo glamourissimo abito non tradizionale somalo (ma islamista quello sì), non abbia in sé magari, e suo malgrado, una qualche, solita, venatura propagandistica globale tanto cara a chi ama la civiltà dei cortocircuiti perenni. Ragioniamoci su: una italiana che va in Africa, una  rapita ma che perdona, una laica o una cattolica, chissà, che si converte, insomma una europea che rinuncia ad essere tale anche visivamente, anzi che rinuncia a ciò che era e che magari nemmeno sapeva di essere quindi tanto valeva nemmeno più esserlo.  Non una conversione che si rideclina alla europea,  magari alla bosniaca in stile biondina di Sarajevo o di Tuzla, senza velo che magari conosce i Joy DIvision e legge Dostoevskij!No, no! “Read only Coran” come vidi scritto sulla insegna di un negozio di libri a Rawalpindi in Pakistan. Da zero a cento, come nelle canzonacce di Baby K.

Boh, sarà che io ormai vedo arcobaleno dappertutto! Eppure  in controluce mi sembra apparire il solito schema propagandistico classico degli amanti dello sradicamento globalista per i quali, purché si metta in discussione quanto era preesistente, va poi bene anche una sigla islamista combattente, a cui altrove farà da contro altare una ong in aria di femminismo che aiuta una povera afghana  emancipata e liberata a fuggire dalla “intollerabile” prigione dello chador di sua madre. L’importante è fuggire dal sé tradizionale, tutto deve scorrere, nulla radicarsi, l’importante è il moto non la meta che, per altro, nemmeno è richiesto esista.

Si è anche parlato, con piglio contabile da cambiavalori, di supporto economico al terrorismo, di finanziamento illecito al nemico e dei suoi mezzi disumani di guerra. Sì certo si pone anche tale questione. Ma la guerra è guerra, e chi non ama combattere, paga. Così facevano le nostre città rinascimentali con i Lanzichenecchi. Così facciamo noi ancora fermi al con Franza e Spagna… solo che oggi nemmeno più se magna. Per altro abbiamo visto i grandi vantaggi di quella politica: la sistematica conquista di tutte le nostre città da parte dello straniero, invasione dopo invasione, patto vantaggioso dopo patto vantaggioso. Ma fughiamo i dubbi. Se chi scrive contesta chi si pone nel ruolo del pollo da spennare, non contesta intellettualmente in sé chi usa la tecnica terroristica per ottenere un obbiettivo. Sono abbastanza certo che se qualsiasi decapitatore islamista disponesse di burocrazie, magistratura, della minaccia nucleare, di droni, piuttosto che dello spauracchio dello spread, avrebbe usato tali dispositivi di coercizione sui propri nemici ben più volentieri rispetto al mettere  in piedi un più rischioso e anche assai meno elegante Grand Guignol sanguinolento per ottenere scopi spesso solo formali quando non direttamente sussidiari rispetto agli interessi di questa o quella grande o media potenza.C’è chi va in bicicletta e chi in Jaguar ma sempre su quella strada si sta, non di rado contromano rispetto alla direzione che si crede di avere intrapreso.. Non scandalizziamoci dell’ovvio.

Ciò invece che lascia perplessi è questo coro moderato e rispettoso della libera scelta individuale di questa ragazza che ha inteso abbandonare la nostra nave che fa acqua da tutte le parti per salire sulla zattera tutt’altro che ben messa dell’Islam. Tutti democratici dell’uno vale uno, liberali del liberi tutti, cattolici da figliol prodigo da perdonare anche se ti sta sbudellando perché “chi sono io per giudicare?”, rispettosi, possibilisti in coro, tutti a “non mettere in discussione” la scelta individuale della ragazza che spontaneamente si è convertita, poco alla volta, consapevolmente, in solitudine, da rapita, in mezzo a gente piena di mitragliatori AK47 fino a che, tra le mimetiche e le bandoliere ricolme di proiettili,  è comparso l’amore o la fede o tutte e due.

Siamo sempre fermi  al Flaiano della situazione che è grave ma non seria. Ma davanti all’amore e alla libertà individuale e, soprattutto, al lieto fin,e cosa ve ne fate della serietà? A braccio questa conversione sembra più una captatio benevolentiae rispetto ai carcerieri, un lecito desiderio di uscire da una solitudine coatta, ma chi ha detto che una conversione o anche solo il voler cambiare ghiribizzo e taglio di capelli debba scaturire necessariamente da motivazioni nobili? Nemmeno mi meraviglio del fatto che una ragazza di oggi decida di rompere definitivamente con una civiltà, la sua,  civiltà di cui probabilmente sapeva poco o nulla perché nulla le era stato insegnato, al di fuori del senso di colpa. A maggior ragione  considerando  l’avventurosa ed esotica location  in cui si è trovata a vivere così piena di profumi, tramonti mozzafiato,  gente gentile e armata fino ai denti.

Io, tristemente, ci vedo solo l’ennesimo bel foglio candido nella grande copisteria a buon mercato dell’Europa globale che si vergogna di sé e  su cui questa volta è stata scritta una sura del corano, ma poteva benissimo finirci sopra il testo di Imagine di Lennon o qualsiasi altra cosa.  Il problema è il candore di quel foglio, così disponibile a qualsiasi riscrittura. Quello stesso foglio che, ovunque in Europa, ogni giorno e con munifica generosità di mezzi, viene cancellato dalla gomma mai doma del globalismo apolide.

Ma forse è anche sbagliato rammaricarsi per l’abbandono da parte di una donna della nostra civiltà con passaggio entusiastico tra le fila del cosiddetto “nemico”. Nulla di nuovo sotto al sole. Ben ricordiamo l’entusiasmo con cui molte delle nostre nonne accolsero gli angloamericani, nonostante avessero sbudellato per almeno quattro anni i loro fratelli, padri e mariti o come, al contrario, le francesi trovassero così carini i soldati tedeschi dopo la loro parata trionfale di Parigi.  Questa è la ennesima sconfitta simbolica della nostra identità ma, del resto, non si può chiedere alle donne di una tribù di difenderne il villaggio e gli Dei. Quello è il lavoro che dovrebbero fare gli uomini. Ma se loro non lo fanno, alle donne rimane solo il ruolo della preda di guerra. Con o senza riscatto.

 

Alessandro Cavazza (Il Paradigma)