Siamo stati di nuovo attraversati da una Grande Paura. Magari è un falso allarme, magari un bluff. Ma comunque, com’è che noialtri, cosi fieri nelle Magnifiche Sorti E Progressive e nei Domani Che cantano, così consapevoli della nostra superiorità (democratica, naturalmente…) rispetto alle altre culture, al momento di certe prove ci riveliamo così tremebondi? Che cos’abbiamo perduto? Che cosa ci manca? Non è forse il nostro il Migliore dei Mondi Possibile?
Parliamone: senza superbia e senza ironia. Quella del nostro Occidente è una storia magnifica. Siamo dei viaggiatori, degli scopritori, degli esploratori, degli inventori, dei conquistatori, degli imprenditori, dei vincenti. Pico della Mirandola ha chiamato l’uomo “divino camaleonte”, capace di assumere qualunque forma: pur ritenendo di pensare all’umanità in generale in realtà alludeva a noi, agli homines occidentales, che siamo non già la regola storico-antropologica, bensì l’eccezione. Le altre culture, nessuna esclusa, si sono sempre fondate su un’Arché, un passato da venerare e al quale conformarsi. Noi abbiamo riscritto di continuo anche il nostro passato per adeguarlo a un futuro che abbiamo preteso di plasmare giorno per giorno con le nostre forze. Unusquisque faber fortunae suae. I nostri eroi sono Prometeo, Odisseo, il dottor Faust. Siamo nati per scalare l’Olimpo, per sfidare gli dèi. Perfino l’Onnipotente Dio di Abramo, se ha voluto conquistarci, ha dovuto assumere veste umana: e alla fine, sia pur con affetto e rispetto, abbiamo nella pratica congedato anche lui. Per noi, qualunque limite è una frontiera da abbattere: è la “cultura del limite” in quanto tale che abbiamo rifiutato. Questa è la vera forza, questa la sostanza di quell’Occidente moderno che ormai è diventato la koinè diàlektos del mondo. Siamo noi soli la misura di noi stessi e di tutte le cose.
Ma il trono glorioso sul quale siamo assisi ha un costo stratosferico. Ciascuno di noi è in concorrenza con tutti i suoi simili. Ciascuno di noi – e noi tutti, homines occidentales – siamo soli nella nostra grandezza. Abbiamo decapitato gli dèi e i re. E adesso sopra di noi c’è solo un cielo vuoto; davanti a ciascuno di noi c’è il Nulla. Abbiamo rinunziato fino dal Cinquecento a dare un senso al mondo del quale ci siamo impadroniti, e alla vita che non è più finalizzata se non a se stessa; con la fine delle “ideologie” classiche, abbiamo perfino rinunziato a dare un senso alla storia; ed era tutto quello che ci rimaneva.
E ora, davanti al mistero del destino che ci aspetta, ci troviamo soli e tremanti. Agli europei, che da settantacinque anni non provano più il tallone di ferro della guerra (salvo, negli ultimi tempi, l’eco lontana di quelle ch’essi hanno contribuito a provocare), è bastato l’arrivo di una malattia della quale ancora non conosciamo la gravità per metterli in ginocchio.
Ma che cosa c’è al fondo di questa paura probabilmente eccessiva e irragionevole? La disperazione. Preferiremmo le pene eterne del vecchio Inferno alla prospettiva della fine di tutto alla conclusione della vita fisica, alla prospettiva della scomparsa irreversibile del Nulla. Ed è solo il Nulla il futuro che nel nostro pervicace ottuso materialismo individualistico sentiamo nostro. E ci fa paura, e non osiamo confessarlo ad alta voce.
Ecco perché negli ultimi decenni abbiamo fatto sparire dai nostri rituali sociali la morte che un tempo giganteggiava signora e padrona. I nostri riti servivano a esprimere il nostro timore, ma anche la nostra certezza – che allora avevamo – ch’essa non era la fine di tutto. Anche Le Danze Macabre e i Trionfi della Morte, la paurosa arte sacra dei tempi di peste, ci riconducevano a una ritualizzazione che equivaleva ad addomesticare la Signora del Mondo, a ricordarle che non era lei la Padrona né del Cosmo, né dell’Eternità. I nostri riti erano potenti mezzi usati per tenerci al sicuro dalla paura. E così la Regina del Mondo diventava semplicemente la nostra austera compagna nel viaggio della vita, in attesa della Resurrezione.
Oggi non è più così. La paura della morte è silenziosa, non espressa, negata: ma incombente. Con la secolarizzazione e l’immanentizzazione della vita, essa è tornata selvaggia e feroce. Lo è nei nostri sogni, nel nostro inconscio. La psicanalisi ce lo insegna. E basta a tenerla a bada la stessa fede religiosa, per chi ancora la conserva? Abbiamo per secoli costruito la nostra libertà, e ora la possediamo: è la libertà del marinaio che, in un mare calmo e infinito ma in una notte senza stelle, si aggrappa a un relitto e non sa dove dirigere le sue bracciate perché ignora se e dove sia la terraferma.
Le altre culture non sono così: e, per occidentalizzate che siano, mantengono la loro diversità. Se riuscite a parlare sul serio con un montanaro afghano, con un contadino del Kerala, con un monaco buddhista, ve ne rendete conto. A noi che ne abbiamo fatto la nostra nuova trinità sembra che la gente di altre culture non disponga né di Tecnica, né di Potere, né di Ricchezza. Quel che avevano glielo abbiamo strappato pretendendo in cambio d’insegnar loro a vivere e magari perfino a pensare come noi. Eppure essi posseggono, sia pur ormai appannata e adulterata, una consapevolezza spirituale che male si esprime col nostro vocabolario occidentale, e che ci sfugge, e che ormai magari non è più chiara neanche a loro.
Una Forza che somiglia molto a quella che i nostri teologi chiamavano Speranza. Ricordate Dante? “Fede è sustanza di cose sperate – ed argomento delle non parventi”. Noi, che la Speranza l’abbiamo perduta insieme con la Fede e con la Carità (della quale l’umanitarismo è solo un ridicolo succedaneo), abbiamo smarrito la chiave del senso profondo di questi due versi. E allora, come al solito da almeno un secolo e mezzo, ci restano solo due vie: o il Cristo, o Nietzsche. O vi convertite tornando sinceramente all’umiltà della Fede, o vi specchiate con lucido e indifferente orgoglio nella vostra Disperazione affrontandola ad occhi spalancati. A meno che non riscopriate Epicuro e sappiate sombrer nel Nulla con serena consapevolezza.

Franco Cardini