L’Occidente, ovvero L’impero del “male minore” ha indotto chi vi si riconosce a ritenere il materialismo pratico e la società dei consumi un tempo senza passato e privo di futuro, una condizione meccanica inerziale priva di attriti, capace di neutralizzare nella resa tecnica e amministrativa la funzione sociale, il conflitto politico e quindi l’uso della violenza organizzata o individuale nelle sue molteplici modalità.

Da un lato si sviluppa una “religione atea della felicità”, fondata su una morale e una metafisica della tranquillità, che sfocia nel pacifismo apolide. Dall’altro, l’universalismo individualistico liberale crea le condizioni di una trasformazione radicale della guerra, che si trova ad essere condannata sul piano del principio e nel contempo notevolmente aggravata sul piano della prassi.

«Chi dice umanità cerca di ingannarti»: la massima di Pierre-Joseph Proudhon, ripresa da Carl Schmitt ne Il concetto discriminatorio di guerra, risulta tanto lapidaria quanto inoppugnabile nel descrivere l’ipocrisia del mondo attuale, dove mai come prima la guerra presenta il conto della sua permanenza, anche se in una forma tanto mimetica. II commercio (a suo dire) permetterebbe di sostituire il confronto brutale con un negoziato in cui ognuno troverebbe il proprio tornaconto. In realtà il contrasto per l’egemonia internazionale è oggi combattuto senza esclusione di colpi in formaibrida, con una sistematica strategia militare che deborda massivamente nel civile, mescolando guerra politica, guerra economica, guerra convenzionale, guerra irregolare, guerra cibernetica, guerra mediatica. Qualsiasi strumento capace di influenzare, mistificare, falsificare ogni ambito di conoscenza e relazione ai fatti, è parte dell’arsenale, come la disinformazione, l’interferenza giuridica e diplomatica, l’ingerenza sullo stesso corpo elettorale sovrano e ove non bastassero questi strumenti in punta di fioretto ecco ricomprire il terrorismo oppure la mannaia alla libica o alla siriana, per intenderci. In effetti è proprio la sovranità – cioè l’autodeterminazione – che viene negata dalle oligarchie cosmopolite, con l’effetto indotto di caos potenziale oggetto di questo nostro primo approfondimento “paradigmatico” che offriamo ai nostri lettori.

Perché la vita associata della forma capitale produce una magmatica e strisciante violenza pronta a eruttare sulla faglia di contrasto delle placche geopolitiche della realtà storica. Il conflitto civile sembra essere mimeticamente dominante nel nostro tempo e anche quando non è consumato a caldo, appare in potenza eruttivo, anzi come immanenza carsica alla frammentazione conflittuale tra gruppi e individui, senza contare che una “guerra civile fredda” è pur sempre pronta a surriscaldarsi, magari a comando.

All’interno dell’Occidente la lotta politica e culturale, destrutturata ideologicamente e schermata dall’intrattenimento mediatico, sembra sempre più «una guerra civile condotta con altri mezzi». Ma cosa è davvero una guerra civile? La guerra civile è un conflitto armato di vaste proporzioni, nel quale le parti belligeranti sono principalmente costituite da persone appartenenti alla stessa popolazione e quindi interna ad uno stesso Stato o Paese, divise tipicamente in fazioni avverse. Le due o più fazioni in lotta hanno come obiettivo la distruzione totale dell’avversario, un annichilimento fisico, morale e ideologico. Il paradosso di una violenza in nome dell’umanità consta nella concezione discriminatoria della guerra e del nemico, nella quale uno dei due campi presenti si arroga il monopolio della “verità”.

La conseguenza di un tale modo di agire è la criminalizzazione del nemico stesso. Non ci si può infatti combattere in nome dell’umanità – o pretendere di identificarsi con gli interessi dell’umanità – se non respingendo al di fuori dell’umanità coloro contro cui si combatte. Questa tendenza è ulteriormente aggravata dal fatto che l’ideologia dominante pretende non più di contenere la guerra entro dei limiti antropologici, culturali e politici, ma di farla scomparire. Questa rimozione tuttavia non impedisce la guerra; al contrario, la rende totale, onnipervasiva, paradossalmente “civile” appunto, globale, senza frontiere, poiché trae la propria legittimità dalla messa fuorilegge di un nemico che non è più autorizzato a richiamarsi ad alcun diritto e radicamento. La guerra si trasforma pertanto in una «operazione di polizia» diretta contro un Male assoluto, nei confronti del quale si possono a buon diritto utilizzare gli strumenti di violenza più estremi, cioè in ultima analisi tanto moralizzatori quanto “disumani”. Perché, in ultima analisi, nel mancato riconoscimento della sovranità politica si diffonde, riarmata, una violenza viscerale, non più ritualizzata, socialmente codificata, e tanto meno eticamente e responsabilmente considerata.

Ma il conflitto non può essere rimosso, tanto che l’utopia dell’identico si dimostra una distopia dell’uniforme nel dominio della quantità e, soprattutto, non tutti i conflitti sono conflitti di interesse. I più profondi di essi mettono in gioco valori o sistemi di valori. E i sistemi di valori non sono commensurabili fra loro, perché ciò che appartiene all’ordine del valore vale solo rispetto a ciò che non vale.

C’è da chiedersi poi come potrebbe configurarsi un guerra civile su territorio europeo, magari anche solo tra Stato liberale e suoi oppositori interni, in presenza di comunità straniere fortemente identitarie, assolutamente aliene e costituitesi nei decenni a seguito dell’immigrazione massiva. Su tutti valga l’esempio dei diversi milioni di musulmani in Francia, spesso altamente organzziati e non di rado in aria di auto esclusione.

Si configura forse un sinistro tutti contro tutti per interpretare il quale reputiamo la nostra civiltà non abbia precedenti storici nè tantomeno adeguata preparazione psicologica.