LA CRISI DELLA DISNEY COME SPUNTO DI RIFLESSIONE: LE TEORIA DEL COMPLOTTO E LA TEORIA DELL’INNOCENZA – SU CUI SI DIVIDONO OGGI GLI ANALISTI – VANNO SUPERATE IN FAVORE DEL PARADIGMA DELLA CRISI DEI SISTEMI COMPLESSI.

Come si può pensare che forze interne ai sistemi capitalisti occidentali puntino a mantenere a tempo indeterminato la condizione di lockdown senza che le potentissime multinazionali che, in questi giorni, stanno vedendo crollare i propri profitti, si oppongano e lo impediscano?
La risposta a questa domanda, generalmente, è che la crisi pandemica sfugga al controllo di tutto e tutti, nessun apparato di potere ne stia traendo vantaggio e, quindi, non se ne possa che concludere che nessuna forza interna al potere occidentale, oggi, stia puntando al lockdown permanente.
Il caso della Disney è emblematico. La gigantesca campagna di acquisizioni degli ultimi due decenni – Pixar, Marvel, Lucasfilm e infine 20th Century Fox – si sta infatti ritorcendo contro l’azienda che ora soffre anche e soprattutto per le proprie gigantesche dimensioni.
I numeri di marzo-aprile parlano di crollo del 90% degli utili, di 13 miliardi di prestito richiesti alle banche, di 100.000 licenziamenti nel personale e di una nuova attività in crescita – la piattaforma streaming Disney+ – che non è nemmeno lontanamente sufficiente a compensare le immense perdite dovute alla chiusura dei parchi tematici e alla sospensione delle attività di produzione cinematografica (già, perché in questo periodo i film, oltre a non essere proiettati nelle sale, neppure vengono girati).
Eppure, non è la prima volta che il vitello più grasso viene sacrificato sull’altare del cambiamento sistemico: con il processo di informatizzazione/telematizzazione planetaria degli anni ’90, un colosso come l’industria discografica fu sacrificato senza tanti problemi sì da farlo passare, nel giro di un quindicennio, da 40 a 14 miliardi di fatturato.
Nel caso dell’industria discografica, non ci fu alcun “complotto” inteso nel senso tradizionale del termine: ovvevo non ci fu una volontà unica e soggettiva, avente il controllo delle forze in gioco e operante coerentemente per tutta la fase di cambiamento. Ci furono invece le grandi trasformazioni volute dall’amministrazione americana, la nascita della new economy, la proliferazione del consumo digitale e tanto altro ancora. Qualcosa non riducibile a una centrale operativa, certo, ma neppure privo di soggettività e di strategia.
Le crisi/trasformazioni sistemiche, dunque, funzionano in un modo che rende l’attuale dicotomia interpretativa che divide oggi chi tenta di analizzare l’emergenza pandemica, totalmente inadeguata alla complessità della fase.
Suddetta dicotomia, infatti, vede da una parte la teoria di una soggettività politica unitaria che starebbe muovendo le fila dell’emergenza e, dall’altra, i sostenitori della “teoria dell’innocenza” secondo i quali la crisi avrebbe travolto tutto e tutti, debellando ogni soggettività politica e facendo sì che le risposte normative come il lockdown, quindi, non possano avere alcun piano d’interpretazione possibile se non quello tecnico-sanitario.

Il paradigma della crisi dei sistemi complessi, invece, presuppone la coesistenza di fattori politici e soggettivi con fattori spontanei e sinergici ai primi.
Perché un cambiamento totale di sistema possa attuarsi generando una crisi in grado di sacrificare profitti e accumulazione della maggior parte dei poteri economici, bisogna tener presente un numero elevato di fattori in gioco. Questo insieme di fattori, anche se vede apparati di potere sovranazionali, apparati di stato e potenze economiche all’opera, non consta di un modello sistemico coerente, organico e prevedibile ma, al contrario, di un modello “chaosmotico” dove alcuni poteri spingono sì in una certa direzione, ma possono giungere al risultato solo attravero una dinamica multigenerativa, un effetto domino, solo attraverso articolazioni sociali-molecolari del tutto conformi all’obiettivo quanto perfettamente spontanee.
Dunque, quali e quanti fattori sono necessari per poter interpretare l’emergenza pandemica di oggi come processo chaosmotico volto al lockdown permanente? Eccone alcuni:
1) Innanzitutto, deve preesistere un contesto ideologico favorevole a tale cambiamento. Una società fondata sul distanziamento sociale è una società maggiormente ordinata e, quindi, rispondente a quella precarizzazione che ha investito il senso e l’immaginario collettivi e ch’è stata definita anche, nel dibattito filosofico, “fine del futuro”.
2) In secondo luogo, una società fondata sul distanziamento sociale e sulla tracciabilità, è maggiormente in grado di pianificare l’impiego delle proprie risorse e venire incontro, quindi, al paradigma da più parti evocato della sostenibilità.
3) In terzo luogo, quantunque l’intero sistema produttivo venga terremotato, devono esserci settori pronti a trainare economicamente il nuovo assetto. Nel caso della pandemia, i settori sono evidentemente quelli della ricerca farmacologica, della connessione tra farmacologia e tracciatura telematica, della digitalizzazione dei servizi. Gli esponenti di spicco di questi settori – come Bill Gates – sono le teste d’ariete che spingono in maniera più soggettiva e lucidamente strategica verso il nuovo ordinamento, senza però poter controllare più di tanto le conseguenze di ciò che scatenano.
4) Tanti elementi sociali, istituzionali e micro-politici, difatti, non rispondono alle centrali economiche di cui sopra ma, in ragione delle condizioni ideologiche favorevoli e preesistenti, si muovono spontaneamente nella medesima direzione.
Per esempio, il fatto che le istituzioni scolastiche annuncino la permanenza di parte della didattica online adottata per l’emergenza e che tante aziende annuncino lo stesso per quel monitoraggio costante, fisico e telematico dei propri dipendenti che, all’inizio, era stato avviato per motivazioni meramente sanitarie, è un esempio di funzionamento chaosmotico della strategia di potere in atto.
Tutto questo, implica la necessità e la possibilità di contrapporsi alla strategia di lockdown permanente ma comprendendo che, dal momento ch’essa non è riconducibile a un’unica centrale operativa, il terreno di scontro non potrà essere soltanto politico ma anche inerente all’articolazione nella quotidianità sociale e alla cultura.

Riccardo Paccosi