Quasi mezzo secolo separa le due grandi rivolte indiane che hanno segnato i nostri tempi, l’occupazione di Alcatraz (1969-1971) e le imponenti proteste di Standing Rock contro la costruzione del gasdotto noto con la sigla DAPL (Dakota Access Pipeline, 2016-2017). Ma per comprendere il senso profondo della resistenza indiana contemporanea bisogna partire dalle origini, cioè dal progetto politico che è alla base degli Stati Uniti. La federazione nordamericana è una delle espressioni più riuscite dell’ideologia universalista.
Questa si fonda su una sorta di etnocentrismo mascherato, perché considera universali dei valori particolari – in questo caso, i valori occidentali – e crede che tutte le culture del pianeta debbano conformarsi a questi. Negli ultimi due millenni l’Occidente ha utilizzato tutti i mezzi per imporli. I missionari hanno cercato di convertire il resto del mondo nel nome della “vera fede”, i militari nel nome del “progresso” e della “civiltà”, gli speculatori nel nome del “libero scambio” e dello “sviluppo”.
Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo centrale in questo fenomeno. I fondamenti biblico-puritani della loro cultura hanno nutrito un forte isolazionalismo nei confronti del mondo esterno e una logica imperialista (la dottrina del “Destino manifesto”) che ha come scopo quello di convertire il resto del mondo all’American way of life. Un modello che viene proposto come il migliore, e in pratica l’unico possibile, un modello che tutti i popoli della terra sarebbero destinati ad abbracciare.
Coloro che non lo accettano vengono cancellati o sottomessi. La storia degli Indiani, abitanti originari del Nordamerica, lo dimostra in modo incontestabile. Del resto, la civiltà americana non si è mai fondata sul tempo, ma sullo spazio. Il suo mito fondativo non è l’origine, ma la “frontiera” e l’aspirazione alla “conquista dello spazio”. Questa volontà di spostare sempre più lontano la “frontiera” è stato il motore della “conquista del West”.
La tragedia degli Indiani comincia nel diciassettesimo secolo. La data simbolica che si può fissare è il 1633, anno in cui vengono colpiti da un’epidemia di vaiolo. I puritani rendono grazie a Dio per aver mandato questo flagello. Negli anni seguenti cominciano gli scontri con gli Algonchini, gli Irochesi, i Powhatan. La tattica dei coloni europei è quella di fare leva sui contrasti fra le tribù. Sulla costa orientale i Pequot del Connecticut vengono sbaragliati dai Narragansett, che a loro volta vengono decimati dagli Unca. Le autorità coloniali offrono un premio per ogni cuoio capelluto che riceveranno: è così che nasce la pratica dello scalpo, anche se poi Hollywood ci racconterà che l’hanno inventata gli Indiani.
Nel secolo successivo gli Irochesi, i Mohawk, gli Shawnee, gli Uroni e altri popoli vengono battuti in varie guerre. I Delaware vengono decimati con le coperte infette di vaiolo che sono state diffuse su ordine di Simeon Ecuyer, comandante di Fort Pitt. I rapporti con gli Indiani sono regolati da criteri che vengono applicati ovunque. I trattati che vengono conclusi, oltre a essere ricchi di risvolti giuridici estranei alle loro culture, si vanificano presto per l’afflusso massiccio di coloni.
Quando gli Indiani capiscono che i bianchi vogliono impadronirsi delle loro terre si ribellano.
Quindi vengono massacrati, deportati e infine sterminati. Imbevuti di filosofia illuminista, i discendenti dei Pilgrim Fathers plaudire a queste mattanze: “Noi non abbiamo diritti su queste terre, ma Dio certamente sì, e se lui ha voluto darle a noi togliendole a un popolo che ne ha fatto cattivo uso, chi può contestare il suo disegno e la sua volontà?”.
Molte tribù cercano di sfuggire alla furia genocida dei coloni e cominciano una lunga migrazione verso l’ovest, ma invano. All’inizio del diciannovesimo secolo anche i Miami, i Seminole, i Creek e i Fox vengono sterminati. I Cherokee, al contrario, cercano di integrarsi. Fondano delle attività commerciali che entrano in concorrenza con quelle dei coloni. Nel 1830 il Congresso approva il Removal Act, che autorizza l’esercito a deportarli dalla Georgia all’Oklahoma. Su 15000 persone 4000 muoiono strada facendo.
Dieci anni dopo, nel 1840, il governo americano si impegna a interrompere questo trasferimento forzato e dichiara il Mississippi “frontiera indiana permanente”. Una promessa senza effetti. La scoperta dei giacimenti in California scatena la corsa all’oro. Una miriade di avventurieri si dirige verso ovest. Fra il 1853 e il 1856 vengono firmati 52 trattati, ma pochi mesi dopo i coloni li violeranno tutti. “L’esproprio delle terre indiane – scrive Alexis de Tocqueville – avviene spesso in modo regolare e per così dire perfettamente legale […] I colonialisti spagnoli, nonostante le loro mostruosità, non sono riusciti a sterminare gli Indiani né a privarli completamente dei loro diritti. Gli americani degli Stati Uniti hanno raggiunto entrambi i risultati tranquillamente, legalmente, filantropicamente. Non esiste modo migliore per distruggere gli uomini rispettando le leggi dell’umanità”.
Il 1862 segna l’inizio delle grandi guerre indiane. Nel sudovest i Navajo vengono deportati verso regioni desertiche. Nel frattempo, grazie ai treni, gli immigrati continuano a affluire verso ovest.
Negli stessi anni vengono abbattuti milioni di bisonti per sfamare gli operai che costruiscono le reti ferroviarie. Le tribù colpite dalla carestia reagiscono attaccando i coloni che si stabiliscono sempre più numerosi nei territori occupati. L’esercito reprime queste rivolte con durezza spietata.
Nel 1870 i Modoc vengono sterminati. Lo stesso anno il Settimo reggimento della cavalleria trova un accampamento cheyenne nella valle di Washita. Le persone che lo occupano – uomini, donne, bambini – vengono aggredite e massacrate. Qualche anno dopo è la volta dei Kiowa, dei Nasi Forati, dei Comanche. Il generale George Custer, autore del massacro di Washita, viene ucciso dai Sioux il 24 giugno 1876 nella battaglia di Little Big Horn insieme ai suoi 200 soldati. Un altro militare, il generale William Sheridan, pronuncia una frase destinata a diventare famosa: “L’unico indiano buono è un indiano morto”. Nel 1876 gli farà eco il presidente Theodore Roosevelt: “Non arrivo a pensare che gli unici indiani buoni siano quelli morti, ma credo che questo valga per nove su dieci, e non vorrei indagare troppo sul decimo”. Le parole di Sheridan e di Roosevelt faranno scuola.
Cavallo Pazzo, il vincitore di Little Big Horn, viene ucciso nel 1877. L’ultimo atto si svolge alla fine del 1890. A Wounded Knee 300 indiani disarmati vengono sterminati. Con loro spariscono gli ultimi focolai di resistenza. Comincia così l’era delle riserve, dove verranno confinati i sopravvissuti.
La cultura cede il passo al folklore. Negli ambienti liberali si dice che la superiorità della Rivoluzione americana su quella francese sta nel fatto che le vittime della prima sono state pochissime.
Ma è falso: il Terrore ha fatto 40.000 morti, mentre il genocidio degli Indiani ne ha fatti dieci milioni.
Da oltre due secoli gli Indiani del Nordamerica devono confrontarsi quotidianamente con una potenza di dimensioni planetarie. Questa potenza è stata costruita anche cercando di annientarli con i mezzi più disumani, rubando le loro terre, trasformando in carta straccia centinaia di trattati.
Non solo, ma il potere economico, politico e mediatico degli Stati Uniti ha sempre impedito che la condizione degli Indiani stimolasse l’attenzione che è stata riservata ai Kurdi, ai Palestinesi, al Tibet.
Il fatto che la Turchia continui a negare il genocidio armeno (o per meglio dire, delle minoranze cristiane) suscita una condanna sempre più diffusa, ma nessun governo penserebbe mai di puntare il dito contro gli Stati Uniti per il genocidio degli Indiani. Nonostante tutto questo, gli indigeni nordamericani hanno trovato la forza di resistere. Hanno lottato strenuamente, ma non hanno mai fatto ricorso al terrorismo, non hanno mai organizzato attentati, non si sono mai allineati alle ideologie rivoluzionarie europee né terzomondiste. Oggi, cinqucento anni dopo, sono ancora qui, We are still here, come loro stessi dicono con orgoglio. Dovrebbero bastare queste considerazioni per convincere chiunque che meritano ammirazione e rispetto.
Ma soprattutto, che è venuta l’ora di archiviare le logore reliquie del sogno americano e ascoltare la voce di coloro che sono cresciuti nell’incubo americano. Le sue prime vittime, come titola un bel libro curato da Jay David (The American Indian: The First Victim, William Morrow, 1972). Perché il Primo Emendamento della Costituzione statunitense, che viene spesso evocato per lodare la “grande democrazia americana”, non difende i diritti politici e religiosi degli Indiani. In compenso, però, prevede una libertà di espressione che non ha mai permesso a Washington di mettere fuori legge il Ku Klux Klan. Un piccolo particolare che i cultori dell’American way of life omettono con impeccabile nonchalance.

Alain de Benoist