Alain de Benoist ha scoperto nel liberalismo anzitutto un errore antropologico (riprendendo il teologo John Milbank); ciò gli ha permesso di affrontare un soggetto ampio e secolare come la prima teoria politica, senza perdersi tra i dettagli e le diverse correnti ma osservare lo spirito medesimo di tutti i liberali. Il liberalismo sussiste infatti prima nel cuore dell’uomo che al di fuori, sul piano antropologico dei simboli e delle mentalità. Dove l’indagine metapolitica può riconoscerne un’unità profonda, dissipare facilmente la suggestione neolinguistica che associa al termine “liberalismo” un’emozione positiva e smascherare la falsa distinguibilità tra una buona dottrina, definita da un termine rassicurante e gli eccessi dell’ultaraliberalismo o, più spesso in Italia, semplicemente del liberismo. Con il suo recente saggio, Critica del Liberalismo:  La società non è un mercato (2019), de Benoist si confronta così con una struttura profonda; ne seguiamo ed illustriamo il percorso.

Secondo De Benoist, l’antropologia liberale si articola attraverso due aspetti fondamentali: l’individualismo e l’economicismo; occorre osservarli con cura. L’individualismo di tipo liberale è infatti un individualismo sociale che emerge con il passaggio dalle comunità antiche, tradizionali, olistiche, alle società dell’Età Moderna. Allora che l’individuo si emancipa dal reticolo di legami, obblighi, solidarietà, per divenire: unico soggetto di fini e unica misura di valori. Per questo individuo, libertà significa starsene in disparte, anziché partecipare nella comunità come in antico. Nella società atomizzata ognuno è libero di agire da egoista e di fare il proprio interesse, con il solo limite della libertà altrui. Ogni concezione morale viene rifiutata, in quanto precedente l’individuo, ne limiterebbe la libertà di scegliere il modo di vivere e ricercare il proprio guadagno. In una società tanto individualista l’economicismo si presenta logicamente quale struttura necessaria. Senza progetti comuni, l’individuo deve calcolare ed agire, stando al criterio di costi e benefici; vive in una società di mercato.

Tra i primi filosofi del liberalismo, lo scozzese Adam Smith (1723-1790) sosteneva che la mano invisibile, Provvidenza laicizzata, coordinasse gli interessi di tutti nel bene comune. Smith asseriva pertanto l’esistenza del bene comune ed ammetteva l’intervento pubblico, qualora la mano invisibile non fosse riuscita a realizzarlo. Soltanto più tardi il liberalismo avrebbe raggiunto un’alta coerenza con i suoi stessi presupposti di individualismo ed economicismo, come accade nella corrente neoliberale oggi dominante ed eminentemente rappresentata da Friedrich von Hayek (1899-1992): esistono gli individui con i loro fini da perseguire, non la comunità, non il bene comune.

I liberali credono che la loro organizzazione societaria sia in grado di offrire ad ognuno le migliori possibilità di raggiungere i suoi scopi, senza distinguere i rapporti sociali da quelli prettamente economici, acquistare un bambino, delocalizzare una moglie dal saggio di profitto discendente, firmare un contratto di lavoro, scegliere i prodotti al supermercato.

E in un mondo ove sono i rapporti sociali ad essere inseriti nel sistema economico anziché il contrario, al modo delle società antiche o medievali, il potere politico raffigura il maggior pericolo per il mercato. Con le sue pretese irrazionali, il politico è incline a promuovere valori morali, ledendo inevitabilmente la libertà di molti individui o favorendone ingiustamente altri; anziché limitarsi alla minima gestione tecnica della società.

Il filosofo tedesco Carl Schmitt (1888-1985) contestava in maniera radicale che potesse esistere una politica al contempo autentica e liberale. Certo il liberalismo politico ricalca i propri pricipi da quelli del liberalismo economico, guarda ai problemi da un punto di vista tecnico, modella il governo degli uomini sull’amministrazione delle cose. La politica non è il luogo della scelta tra diversi destini possibili ed assieme allo Stato tende a dissolversi.

Il liberalismo si basa dunque su un errore antropologico. Contro l’individualismo, come affermava Aristotele, l’uomo è un animale sociale. Contro l’economicismo, molte relazioni umane hanno, tuttora, poco a che vedere con lo scambio commerciale moderno, dai legami affettivi a, perfino, l’economia delle società tradizionali. Neppure l’uomo è in grado di scegliere autonomamente i propri fini, la comunità è costitutiva della sua persona. Un guerriero sassone dell’Alto Medioevo, un mandarino della Cina Classica ma anche, tra i nostri contemporanei, un sentinelese delle Isole Andamane o un europeo, sceglierebbero di impersonare forme di vita differenti, influenzate dalle rispettive comunità, incompatibili tra loro e quasi sempre con la società di mercato.

Diversamente da molti altri uomini, l’individuo di una società liberale contemporanea è condizionato ad avere solo fini economici, in un mercato capace di moltiplicare i suoi desideri, assai più che dare ad ognuno le migliori possibilità di raggiungerli. E allora senza una morale ereditata, senza un sistema dell’onore, dubitando di quanto sosteneva Smith; sarebbero davvero sufficienti il «senso di utilità, senza alcun amore» o lo «scambio venale» del rispetto, ad impedire l’attentato alla libertà, alla proprietà, alla persona altrui? Probabilmente, non in una società di individui abituati a massimizzare il proprio interesse materiale, quando non temessero la difesa di un uomo più debole o la vigilanza dello Stato guardiano notturno (assonnato?).

Certo il liberalismo, soprattutto a seguito della Rivoluzione industriale, ha edificato una società terribilmente ingiusta. Contestualmente, si è manifestata la lotta di classe e nonostante le proteste liberali, il potere politico è stato costretto ad intervenire per regolamentare l’economia ed edificare un sistema di stato sociale pubblico, o welfare. Sbranata la solidarietà delle antiche comunità organiche, paradossalmente fu il nuovo assistenzialismo ad impedire la distruzione della società di mercato e a mantenere la pace sociale. L’individualismo non può sostituire completamente l’olismo. In tempo di crisi, economica, militare, magari epidemica, il bene comune ricompare.

Max Weber (1864-1920) teorizza la sopravvivenza di due modelli: comunità e società, in qualunque gruppo umano, la cui organizzazione può tendere verso una delle due e mai escludere completamente l’altra. De Benoist è molto attento alla discussione tra liberali e comunitaristi, entro la quale ha rilevanza la riflessione sui temi del bene e del giusto.

Prima di entrare in società, l’uomo liberale esiste ed è per natura proprietario di diritti imprescrittibili e inalienabili. Una volta in società, quest’uomo vive conformemente alla prevalenza del giusto sul bene. E’ questa un’affermazione di superiorità che rimanda all’illuminismo kantinano e al pensiero di John Stuart Mill (1806-1873), riaffermata con forza da numerosi autori liberali contemporanei. In quanto il giusto emerge dal rispetto dei diritti e costituisce il quadro obbligatorio, entro il quale ogni individuo può scegliere liberamente il proprio bene; mentre allo Stato spetta una condizione di neutralità morale, garanzia che nessuno risulti avvantaggiato nel perseguire i propri scopi. Discordi su molte questioni, Platone ed Aristotele concordavano invece sulla priorità del bene sul giusto, qualificando come giusto ciò che avvicina l’uomo al bene. Nelle epoche premoderne è stata la priorità greca a prevalere; con una concezione del bene determinata dalle differenti culture, ad esempio il bene di una vita rivolta verso Dio, nel Medioevo cristiano. La neutralità morale dello Stato non aveva spazio.

La corrente di pensiero comunitarista è emersa in Nord America tra gli anni Ottanta e Novanta. I suoi autori (ricordiamo Alasdair MacIntyre, Michael Sandel e Charles Taylor) non credono ad un individuo astratto ma considerano l’uomo come animale sociale. Lingua, cultura, comportamenti e valori condivisi sono costitutivi dell’identità dell’uomo che nascendo in comunità, non ha bisogno di entrarvi con un contratto. Nel rispetto di un’antropologia comunitarista, lo stato non può essere neutro. Coordinarsi con il bene di un tipo di esistenza (la vita buona) ordinata ai principi di solidarietà, reciprocità e bene comune, prassi nella propria comunità, è giusto.

La concezione comunitarista del giusto non è accettabile quando si abbia un’idea liberale dell’individuo, costituito da quanto rimane una volta spogliato l’uomo da ogni carattere appreso dai suoi genitori, dalla sua cultura, dalla sua storia o anche che si sia scelto da sé; un soggetto astratto titolare di diritti universali che non riflettono né il luogo né il tempo in cui vive. I comunitaristi osservano come, al contrario, l’uomo vero si plasmi proprio nelle eredità escluse dai liberali, un’idea presociale dell’io è semplicemente impensabile: l’individuo trova sempre la società già là, ed è essa che.. costituisce il suo modo di essere al mondo e modella i suoi scopi.

Strettamente legata alla discussione societaria, è la tematica dell’identità collettiva. L’individuo liberale astratto è nello spazio pubblico uguale ad ogni altro: la sua identità è l’individualità. Nella società liberale, non ci presentiamo più innanzi al re con a fianco l’ascia dell’uomo libero germanico, l’abito monastico, lo status di maestro artigiano ma innanzi allo Stato come esseri indistinti. L’espansione del liberalismo, culminante nella globalizzazione, ha eroso i modi di vita tradizionali, costitutivi di identità personale-collettiva, tribù, clan, caste, appartenenze di villaggio. Prevale ciò che de Benoist ha criticato come ideologia del medesimo.

Eppure anche nella Modernità alcune identità collettive sono risorte con forza, tra tutte la classe e la nazione. Il nazionalismo frulla assieme elementi storici, culturali, religiosi, leggende dell’origine e miti dell’eroe per riforgiare una narrazione coerente e legittimante, nuova identità collettiva. Più coerenti dei loro predecessori, vissuti quando il mercato capitalista non tracimava oltre la dimensione nazionale, oggi i liberali ricorrono alla ricerca storica per mostrare la fantasia dei romanzi nazionali o demistificare le grandi battaglie del destino, Poitiers (732), Valmy (1792), cui possiamo aggiungere Legnano (1176) o Lepanto (1571); ma non ottengono i risultati sperati. La narrazione identitaria è efficace in quanto mito e sul piano del mito, lontano dall’effettività e dalla ricerca storica.

L’immaginario collettivo – o coscienza collettiva  per riprendere l’espressione di Émile Durkheim (1858-1917) – è necessario alla sussistenza di ogni gruppo, struttura le coscienze ed ordina i comportamenti. La nazione è esistita davvero: tanto da permettere alla borghesia di escludere il popolo dallo Stato che essa aveva strappato ai monarchi e tanto da contrapporsi efficacemente alla narrazione socialista della classe, favorendo il principio di rappresentanza politica.

Émile DurkheimL’individuo liberale, passato dalla comunità alla società e dalle identità tradizionali a quelle moderne più deboli, una volta collocato nel contesto storico e sociale, si incarna nella figura e nella classe del borghese. L’ascesa storica della borghesia è stata lenta e lunga, come la costruzione del mercato da parte delle grandi monarchie nazionali e di tutti i regimi che le seguirono. Nel corso dell’Ottocento il borghese si rivela già l’uomo economico; De Benoist, richiamando la riflessione del filosofo marxista Cornelius Castoriadis (1922-1997), sottolinea il senso totale di questa definizione. La razionalità economica della crescita illimitata (scopo principale della vita umana) si è trasformata nella mentalità e nell’emotività di fondo, secondo cui relazionarsi con gli altri uomini o a livello collettivo, valutare i fatti sociali. Per il borghese razionalizzare l’economia non basta, dentro e fuori la bottega, il suo cuore rimane lo stesso: è ciò che ha e può avere di più, sempre.

Werner Sombart (1863-1941) ha ricercato lo sviluppo di un borghese psicologico dall’Italia comunale agli Stati Uniti puritani, risparmiatore, frugale, utilitarista, calcolatore, avverso allo spreco dei nobili. Sombart colse tratti fondamentali, eppure oggi l’antico borghese si è fatto rarissimo. Il soggetto contemporaneo è edonista, iperconsumista, radical chic, spende in debito piuttosto che risparmiare, non indossa la credibilità d’abito da impiegato ma segue la moda, ride dell’etica protestante ma oltre l’apparenza: egli è sempre il vecchio borghese.

Credibilità e razionalità economica si incarnano nella società stessa e nell’azienda privata; il titolare è stato sollevato dal compito. Nell’animo del borghese albergano ancora lo spirito di calcolo e la ricerca del massimo interesse, essi rappresentano il grande elemento di continuità. Si spende e si spreca piuttosto che risparmiare ma sempre alla ricerca del guadagno personale, non c’è gratuità.

Processione del cavallo di Troia, Giandomenico TiepoloIl borghese, per rimanere se stesso, non ha voluto conservare nulla. Ciononostante, una certa area nazional-conservatrice ha tentato di fondare il proprio liberalismo su quello “estremo” di von Hayek. L’equivoco potrebbe essere nato dall’antropologia di relazione ammessa da von Hayek, per il quale l’umanità sarebbe passata dall’ordine tribale alla grande società, in maniera naturale, determinata dal principio dell’evoluzione darviniana. L’evoluzione sociale rese l’uomo libero, ovvero individualista e capace di relazionarsi in maniera economica, elevandolo da un mondo di piccoli gruppi ove tutti si conoscevano, condividevano i fini, la visione del mondo e i comportamenti solidaristici.

La scuola liberale classica limitava il mercato alla sfera prettamente economica e poteva ammettere l’intervento pubblico. Diversamente, nella grande società, coerente con l’individualismo liberale, tutti i comportamenti umani sono regolati in maniera economica. La grande società poi, a causa della sua opacità, complessità che l’uomo non saprà mai padroneggiare, vieta ogni volontarismo. Lo Stato non deve cedere a tribalismi volontaristici come ridistribuire la ricchezza, proteggere l’ambiente, favorire l’equità nel libero scambio. L’equilibrio naturale del mercato è sempre giusto, è il migliore dei mondi possibili, l’azione umana può solo rovinarlo.

Antropologia relazionale ed affermazione spontanea della grande società hanno prestato al liberalismo di von Hayek un’apparenza olistica. Entro un olismo autentico tuttavia, il tutto supera la somma dei singoli ed esprime fini propri come, promuovere il bene comune, mantenere la pax deorum, istituire un sistema scolastico pubblico; nel sistema hayekiano ciò è caratteristica dell’ordine tribale, oggi esistono soltanto interessi individuali.

Poveri e disoccupati pertanto dovrebbero tenere a mente come il mercato sia impersonale: nessuno è responsabile delle loro sciagure. I lamentosi, insegna von Hayek: «non hanno imparato i principi della civiltà», la grande società «non ha niente a che vedere e non può in effetti essere riconciliata con la solidarietà nel vero senso del perseguimento di scopi comuni conosciuti»; mentre i sindacati sarebbero «incompatibili con i fondamenti di una società di uomini liberi». Dopo il maestro, i discepoli Philippe Nemo e François Guillaumat si sono spinti rispettivamente, a definire la giustizia sociale come «profondamente immorale» ed a paragonarne i tratti al «nazismo, compreso lo sterminio delle minoranze».

Infine, se von Hayek elogia le tradizioni, lo fa in maniera strumentale. Comportamenti selezionati dall’esperienza -solo in questo senso tradizionali- hanno condotto alla società di mercato. Non è possibile condannare la distruzione delle società tradizionali, perché imposta dall’evoluzione. Il pensiero di von Hayek è antitradizionale. Sotto alla pretesa naturalità del darvinismo economico e sociale, de Benoist rileva piuttosto la predilezione soggettiva dell’autore per il liberalismo ed il tentativo fallito di costruire un liberalismo “naturale”, senza utilitarismo.

In realtà il liberalismo non è naturale ed anzi, le riforme costruttivistiche sono assai più consone ad esso che alle società tradizionali, fin dai tempo delle rivoluzioni liberali inglese (1688) e francese (1789). La storia umana è combinazione tra ordine spontaneo e ordine istituito e le società si edificano più sulla base di valori simbolici che di interessi individuali. Del resto anche la pretesa neutralità morale del liberalismo non corrisponde a verità. Con una pervasività senza precedenti, il liberalismo propaganda la concezione della vita buona sua propria: il perseguimento di fini economici, materiali, quantitativi. Molto spesso poi, i liberali hanno tentato di esportare i propri principi, anche con la guerra.

von HayekA fronte della svalutazione hayekiana della politica, non sorprende che l’espressione “democrazia liberale” si sia rivelata un matrimonio contronatura. In democrazia la sovranità appartiene al popolo, in regime liberale la sovranità appartiene all’economia e grande potere viene riservato ad apparati tecnici la cui dirigenza si rinnova per nomina e cooptazione. Nelle contemporanee democrazie liberali poi, la comune adesione al liberalismo ha reso indistinguibili maggioranze e opposizioni che alternandosi al potere, governano in vista di disegni propri, dimentiche dell’indirizzo espresso dal popolo al momento del voto. La sovranità parlamentare ha esautorato la sovranità popolare.

Il popolo percepisce come la legge ed il potere, pur legittimi in senso procedurale e legale, manchino di vera legittimità democratica: perché essi non ubbidiscono alla sua volontà. Assicurare una migliore conformità della legge alla volontà generale è urgente. Il principio rappresentativo è insuperabile; eppure, osserva de Benoist, la democrazia potrebbe riscuotersi grazie alla partecipazione. Una partecipazione da declinarsi nella comunità locale; nell’impegno di ognuno in quanto parte di un gruppo, attraverso principi di autonomia, filiera corta, solidarietà vicinale, nell’emergere di nuovi spazi di decisione, impegno e responsabilità.

Si vede, in tal modo, quanto i concetti di appartenenza, cittadinanza e democrazia siano legati: la partecipazione sancisce la cittadinanza, che risulta dall’appartenenza; l’appartenenza giustifica la cittadinanza, che permette la partecipazione.

Alain De Benoist

De Benoist confida nelle piccole comunità anche perché non vede il vecchio Stato nazionale, con le sue insostenibili politiche sociali, i suoi assistiti passivi e la sua economia secondo John Maynard Keynes (1883-1946), di ritorno oltre il liberalismo. La sovranità democratica, perduta dallo Stato nazionale, potrà forse essere recuperata in maniera complementare ai livelli: locale e sovranazionale; ricordando a riguardo, la distinzione tra l’Europa e la sciagurata Unione Europea, spesso affermata da de Benoist.

Alla risposta democratica contro il liberal-capitalismo rimanda anche la democrazia illiberale. De Benoist annoverava tra le democrazie illiberali l’Ungheria di Viktor Orbán, con gli altri paesi del Gruppo di Visegrád, l’Austria, nonché l’Italia; probabilmente quando Sebastian Kurz era diventato per la prima volta cancelliere ed il Movimento 5 Stelle con la Lega esprimevano la maggioranza di governo. Il successo della democrazia illiberale ricorda quello del populismo. Entrambi deplorano l’oligarchia che si è impadronita degli apparati governativi e constatando come il liberalismo, con la globalizzazione capitalista, abbia privato gli stati dei mezzi necessari per prendere decisioni, ambiscono a restaurare una sfera politica, ove il popolo possa effettivamente tornare a decidere; in primo luogo come fare fronte alle crisi migratorie, finanziarie ed economiche.

La globalizzazione estrema ha inverato la riflessione di Schmitt, una democrazia è tanto più democratica quanto meno liberale ma anche quella di Hannah Arendt (1906-1975), «Noi non nasciamo uguali, diventiamo uguali in quanto membri di un gruppo, in virtù della nostra decisione di garantirci reciprocamente pari diritti». Il “turbocapitalismo”, caratterizzato dal dominio della finanza, rappresenta la nuova evoluzione economica che ha provocato la crisi della politica e della democrazia. Nel Novecento il proletariato aveva rinunciato alla rivoluzione in cambio del consumo, era sorto lo stato sociale, l’espansione dell’industria incrementava l’occupazione, i guadagni delle classi abbienti avvantaggiavano tutti. Poi, le presidenze Reagan e Thatcher hanno segnato il fine ciclo del capitalismo conciliato al sociale.

A partire dagli anni Settanta, il liberalismo si è trovato sempre più libero di tornare a sé stesso, alla brutalità della prima Rivoluzione industriale, sulle ali di un incredibile sviluppo tecnologico, grazie all’abbattimento delle frontiere, alla globalizzazione ed alla borsa, crogiolo di meccanismi perversi. Con le frontiere aperte, i pericoli della fuga dei capitali e delle delocalizzazioni, impongono le scelte politiche, la deregolamentazione, il debito pubblico, la disoccupazione strutturale, i nuovi monopoli, legano i licenziamenti ai maggiori dividendi per gli azionisti. Se a torto o a ragione, von Hayek classificava il socialismo, il fascismo e la socialdemocrazia, parimenti nella categoria del costruttivismo, di certo il Novecento sta svanendo come una parentesi statalista nella storia del libero scambio.

Bertrand Russell, J.M. Keynes e Lytton StracheyEmmanuel Macron ha condotto la sua campagna presidenziale basandosi sullo spartiacque tra progressisti e conservatori. In effetti, un pensiero conservatore coerente rappresenterebbe un limite per il turbocapitalismo, sostenuto dal presidente francese. Tutte le correnti conservatrici ammirano infatti l’uomo animale sociale, erede, sicuro nei limiti, capace di raggiungere l’umanità universale soltanto attraverso l’appartenenza ad una cultura particolare. Alla luce di simili principi de Benoist pone una domanda chiara ai conservatori:

nell’attuale società, c’è ancora qualcosa che meriti veramente di essere conservato ?

Alain De Benoist

Per conservare almeno l’ecosistema necessario alla vita sul pianeta, occorre distruggere il capitalismo, una rivoluzione conservatrice. È tempo che i conservatori, inclini alla destra del denaro, accettino che il capitalismo, nella sua espansione illimitata, non può tollerare alcuna tradizione, capace di proibire sia pur esigui ambiti alla mercificazione. Capitalismo e liberalismo sono tutt’uno con la sinistra del costume, unica cultura in grado di aprire i nuovi spazi vitali come l’utero in affitto, le biotecnologie, la moda unisex o le sostanze stupefacenti, necessari alla crescita illimitata. La destra liberal-conservatrice che pretende di combattere la sinistra del costume offre uno spettacolo miserabile.

Molto più interessante il pensiero dei conservatori di sinistra, George Orwell (1903-1950), Pierpaolo Pasolini (1922-1975), Ivan Illich (1926-2002), Jean-Claude Michéa o il marxismo esoterico della teoria critica del valore.

Lo sviluppo del capitalismo novecentesco legava tra loro la crescita del capitale e la crescita dell’occupazione. Diversamente, nel capitalismo contemporaneo, l’incremento dei profitti non crea necessariamente nuovi posti di lavoro. La tecnologia permette di produrre sempre più cose con sempre meno uomini. L’iperclasse può arricchirsi senza spartire i guadagni con i lavoratori. La robotica, in attesa che l’intelligenza artificiale licenzi anche chirurghi, poliziotti e capi cantiere, ha vinto la lotta di classe. In Europa, contrariamente alla propaganda liberale, la maggiore precarietà del lavoro si associa ad una disoccupazione crescente.

I liberali credono di rassicurare i lavoratori, ricordando come la tecnica abbia distrutto moltissime professioni anche in passato, creandone sempre di nuove; una fede mal riposta, non è più così. Il sistema già tratta molte persone da uomini di troppo.

Aumentano le merci ed i servizi in vendita ma diminuisce la capacità di acquisto. A livello macroeconomico, la redditività dell’investimento cade e l’espansione del mercato, ormai planetario, non permette più di rimediare all’inevitabile. Il capitalismo sta andando incontro al suo limite.

È perché c’è un limite alla valorizzazione del reale che siamo entrati, da una ventina d’anni, in un’economia di speculazione e bolle finanziarie. Ma sarebbe ancora un errore credere che il cattivo capitalismo finanziario abbia ucciso il buon capitalismo industriale: al contrario, è proprio perché quest’ultimo non offriva più abbastanza risorse, e quindi il capitale-denaro non poteva più essere reinvestito in maniera redditizia nell’economia reale, che è stato necessario volgersi verso la speculazione sui mercati finanziari.

Alain De Benoist

Nella nostra carne, viviamo il liberalismo dispiegato con l’adorazione del denaro equivalente universale, cui de Benoist dedica l’ultimo capitolo. Il denaro regola la scuola, la cultura, la religione, la vita privata, mette gli esseri viventi sotto brevetto; ciò nonostante il debito triplica il Pil mondiale.

La finanza ha salvato la vita al liberalismo ma solo provvisoriamente. La metafora di Serge Latouche va inverandosi, il sistema corre «a tutta velocità, non ha marcia indietro, non ha freni e non ha pilota»; contro il muro del debito e del limite ecologico.

Intanto, la moneta da forma percepibile al regno della quantità. Non viviamo più in armonia di relazione nel bene comune ma con egoismo e nella concorrenza. I rapporti sociali come il lavoro e la merce, sono valutabili in termini di guadagno, monetario o meno.

La conclusione è criptica ma la storia è aperta:

Che cosa può ancora non essere valutato in denaro ? Che cosa non si può né vendere né acquistare ? Rispondere non è per niente facile. I sentimenti ? Forse. Ma quale è la quota di desiderio di sicurezza, nell’amore che si crede disinteressato ? Donare il sangue ? Si, ma non lo si fa forse nella speranza che un giorno, se necessario, qualcuno donerà il suo per noi ?..  Forse verrà un giorno, in cui bisognerà pagare per inalare ossigeno o fare il bagno in un corso d’acqua non inquinato. Se nella vita tutto può essere venduto o acquistato, la gratuità può dunque risiedere solo nel dono della propria vita. Il problema è allora sapere se si pensa o no che ci siano cose peggiori della morte. Se si risponde in senso negativo, si è già perduto. Ciò che è nato dal denaro, perirà per il denaro.

Alain De Benoist