Appare evidente che il Sovranismo sarà il collante minimo di qualsiasi opposizione alla deriva globalista, postumana e necessariamente totalitaria. Ma vedendo difficile un fronte unico in un paese di tradizione settaria come l’Italia cerchiamo di mettere in guardia chi sarebbe felice di una eventuale ipotesi sovranista proveniente da sinistra.

Ovviamente con Sinistra qui si intende un “sistema di valori e aspirazioni che vorrebbe coagularsi in un progetto politico” e non un partito per altro, ad ora, del tutto assente. Ora, a questa “vera Sinistra sovranista” vorremmo con fraterna umiltà consigliare di guardare al fallimento del sovranismo di pseudo destra che non è stato in grado di risolvere la contraddizione tra il pieno recupero delle funzioni regolatrici dello Stato e la sacralità da questi riconosciuta al Mercato.

E su quell’esempio vigilare sulle proprie radici profonde per affrontare il futuro. Chi attualmente sta cercando di riproporre il sovranismo da sinistra di fatto ancora elude una serie di questioni fondamentali immanenti e fondative del modello di società che oggi ci affligge. Ovvero un materialismo estremo unito alla ossessione per la coscienza pulita.

Il problema qui è infatti la modernità in sé che per sopravvivere a sé stessa potrà solo rimodularsi in totalitarismo. Il che già sta purtroppo riportando la categoria del conflitto nella nostra quotidianità. E bisogna prenderne atto.

In questo senso, quando vediamo i movimenti sovranisti non liberisti che si stringono attorno alla costituzione del 1948, da un lato plaudiamo al giusto conservatorismo del concetto stesso di stato democratico di diritto che nell’Italia eversiva di oggi sembra diventato una opzione secondaria, dall’altro lato ciò conferma un limite concettuale e certe coazioni a ripetere un poco deludenti.

Il problema di fondo è che la sensibilità di sinistra idealista/materialista in virtù di aspirazioni ad un tempo materiali e astratte è refrattaria ad accettare il dato reale in base al quale solo chi ha il ferro ha il pane e che il pacifismo gandhiano e la disubbidienza civile potrebbero essere al limite una tattica di lotta. La sinistra deve fare la pace con la guerra e con l’esercito. Da questo dissidio ne uscì vincitore Mussolini cento anni fa. Ma la lezione non sembra ancora stata imparata.

Appellarsi così alla costituzione del 1948 e al suo ripudiare la guerra equivale, nei fatti, ad istituzionalizzare la propria debolezza e, più in profondità, a continuare a dare eccessiva importanza a questa vita. Vita per altro resa sempre più indegna spiritualmente e materialmente. Allo stesso modo chiedere di deviare risorse militari per la crisi pandemica rivela che il sovranismo di sinistra rischia di ripetere gli stessi errori del secolo scorso ponendosi fuori dalla gestione di una delle funzioni fondative dello stato moderno democratico e cioè il monopolio della violenza da parte dello stato cioè del popolo.

Dopo la esperienza antifascista partigiana (al netto dei giudizi differenti) e nella cornice di una democrazia modellata sull’esempio del conquistatore americano, di fianco all’esercito regolare in teoria si sarebbe dovuto introdurre una sorta di combattiva guardia nazionale di ispirazione partigiana a presidio della democrazia stessa. Ma il cattocomunismo italico, fusosi con le incognite della sudditanza atlantica e della guerra fredda, hanno fatto privilegiare il paradigma vittimario rispetto alla combattività, la enfasi sulle stragi patite rispetto a quegli episodi di efficienza militare mostrati da alcune formazioni partigiane.

E fu così che l’Italia delle belle anime comuniste ripudiò la guerra, il che tuttavia non impedì alla Unione sovietica di inserirla tra i suoi obbiettivi nucleari e tra questi il “comunistissimo” (oggi rosée arcobaleno) snodo ferroviario di Bologna cui erano pare fosse state destinate ben cinque testate atomiche sovietiche.

La sinistra che ripudia la guerra dovrebbe ricordarsi allora del Donbass (temiamo prossimo all’incendio) nel quale lotta patriottica, orgoglio operaio e culto religioso sono intrinsecamente fusi tra di loro, che si ricordino del Subcomandante Marcos, di Guevara o Sankara, tutti capi che non disdegnavano affatto la divisa né tanto meno l’impiego della forza. Piuttosto avevano il rammarico di non poterne esercitare abbastanza per difendere la sovranità della patria.

Non sta bene dirlo, soprattutto alle diverse antropologie di sinistra, ma in condizioni estreme i diritti degli inermi si possono difendere solo col ferro, anche nel piccolo, come insegnavano gli omaccioni dei servizi d’ordine della CGIL o i Katanga milanesi alle cui manifestazioni era così difficile vedere indisturbati in azione quattro ragazzotti col cappuccio nero tirato sulla testa a giustificare la repressione poliziesca e mediatica sui manifestanti inermi.

Siamo entrati in un secolo di fuoco, le sovranità e anche le libertà individuali verranno periodicamente insidiate da potentati dai mezzi immensi e dalla moralità nulla e ci sarà sempre meno tempo per fiaccolate e dignitose pose da vittima.   In giro per il mondo già si palesano potenze minuscole, piccole, medie e grandi che ci sono manifestamente ostili o comunque non interessate ad averci come concorrente. E all’interno di confini patri spesso sembra che la situazione non sia migliore, in termini di amor di patria

Porsi come agnelli gandhiani è dignitoso e tatticamente corretto finché i rapporti di forza sono sfavorevoli, ma porsi la questione della esistenza dell’esercito, del suo ruolo al servizio della nazione e delle minacce interne ed esterne alla nazione stessa dovrebbe essere il compito di qualsiasi sovranista.  E se il sovranista fosse di sinistra questi dovrebbe a maggior ragione insistere sul fatto che nell’esercizio della forza sia coinvolto il popolo in prima persona.

Il lavoro del sovranista di sinistra sarà tre volte difficile perché esso dovrà ad un tempo cercare la autonomia della nazione, la piena sovranità del popolo ma soprattutto farsi dimenticare la sua passata, inqualificabile vocazione antipatriottica. Cosa ben strana, considerando il fatto che i padri nobili di ogni persona di sinistra sono proprio quei giacobini francesi che non riuscivano a concepire rivoluzione, patriottismo e cittadinanza in armi come fenomeni a sé stanti.

Ma per fare ciò bisogna togliere una volta per tutte la guerra dalla categoria del tabù religioso. Ricadere nel pacifismo dell’Italia che ripudia la guerra è ingiustificato, fuori dal tempo e dannoso quando, in tutto il mondo, siano esse burocrazie, stati, superpotenze, banche o corporations e purtroppo anche partiti nazionali, ben in pochi sembrano ripudiare la idea della servitù dell’Italia e la rovina morale, spirituale, biologica, economica e politica dei suoi stessi cittadini.

Si aggiunga anche la necessità di dotare la nazione del coraggio, dell’arditismo che le manca, unico vero antidoto a quella paura che oggi come ieri viene usata come strumento di repressione, che non solo ci schiaccia ma mira a renderci tutti agenti volontari di un totalitarismo crudele quanto fuori dalla realtàBisogna riprendere a pensare ogni giorno alla prospettiva della fine. Accettarla per combatterla dentro di noi e fuori di noi. Collettivamente. Quotidianamente. Ricominciare a pensarsi eterni e, per diretta conseguenza, antimoderni.

Perché, ieri come oggi come sempre, se qualcuno ha deciso di esserti nemico potrai fare ben poco per impedirglielo ed è cosa nota che la città assediata che si difende con valore ha più possibilità di ricevere clemenza rispetto alla città che si arrende senza combattere.

Invece oggi l’Italia si racconta i padroni come alleati, i nemici come partner, i traditori come portavoce e confida nell’aiuto di tutti costoro in cambio di resa incondizionata.

E il sovranista di sinistra ripudia la guerra quando essa ci viene dichiarata da tutti, ogni giorno e in ogni occasione mentre, sul lato opposto, lo pseudo-sovranista di destra si accontenta di far quadrare i conticini che altri ci presentano.

Il vero problema del sovranismo di destra come quello di sinistra di questo secolo è il secolo scorso.