Guerra totale. Non c’è un’espressione più adatta per esprimere la contrapposizione di sentimenti ed opinioni che si è sviluppata in tempi recenti attorno ad alcuni dei temi più cruciali per il futuro del nostro pianeta e di chi lo abita — e non ci riferiamo soltanto alla ipermediatizzata questione del riscaldamento globale e del collasso ecologico, pur non trascurabile, ma anche e soprattutto ai problemi che derivano dai flussi migratori sempre più consistenti in provenienza dall’Africa e dell’Asia, dalla crescita delle sperequazioni economiche fra i gruppi sociali, dalla progressiva cancellazione di tradizioni culturali consolidate a profitto dell’ideologia dei “nuovi diritti”, dalla ristrutturazione radicale delle forme del lavoro e della produzione, dalla concorrenza commerciale senza confini, dalla riduzione di quelli che per millenni sono stati considerati imperativi naturali — come la distinzione in sessi, popoli e razze — ad ostacoli al progresso dell’umanità verso l’era di una libertà assoluta. Non c’è la benché minima enfasi nel descrivere come un conflitto senza regole o possibilità di mediazione il contrasto che su questi argomenti, e su vari altri, è esploso nei primi due decenni del presente secolo. In gioco ci sono due visioni del mondo inconciliabili e non negoziabili. Da una parte c’è la convinzione che tutte le civiltà che abitano il mondo debbano procedere, pur adeguandosi alle novità che lo scenario tecnologico gradualmente propone, sui binari tracciati dai tempi lunghi della storia e della memoria collettiva, senza scarti drastici e rotture di equilibri ormai familiari. Dall’altra agisce lo stimolo opposto, dominato dall’insofferenza per il retaggio del passato e da un ansioso desiderio di modellare il presente su un progetto inedito: la fondazione di una civiltà universale, fondamentalmente omogenea — soprattutto nel riferimento ai valori basilari: una nuova imperativa Tavola della legge forgiata dall’Uomo (da intendersi ovviamente come termine neutro, abissalmente lontano da ogni declinazione maschile) e non da un Dio — che esprime un’etica unica e implacabile verso i trasgressori, ispirata al rigetto del limite e ad una messianica fede in un inarrestabile Progresso. C’è un dissidio antropologico incolmabile dietro queste due visioni: sul secondo dei campi descritti esercita una profonda suggestione il paradigma individualistico, che ha trovato nel liberalismo il suo veicolo storicamente ideale; nel primo predomina, anche se molto meno consapevolmente per chi se ne fa interprete, la prospettiva olistica e organicista che porta a considerare gli aggregati plurali — i popoli, le nazioni, le culture viventi — come cardini della storia e a vedere queste entità collettive come insiemi che trascendono (e devono regolare e coordinare) le singole parti che li compongono, ovvero le singole persone. Uno degli ostacoli che coloro che si schierano su questo versante oggi incontrano sulla via del successo nello scontro in cui sono coinvolti è il trovarsi divisi, per effetto dei traumi che hanno sfigurato il Novecento, in famiglie ideologiche sparse e spesso reciprocamente ostili: nazionalisti, socialisti, populisti. Tribù che sul terreno politico si logorano in lotte fratricide, perdendo di vista la necessità di fare, almeno tatticamente, fronte comune contro l’avversario fondamentale.
Accade così che, giorno dopo giorno, la corrente liberai-progressista guadagni terreno sul piano che realmente conta ai fini della vittoria finale: quello della conquista dell’immaginario diffuso, della penetrazione delle proprie parole d’ordine, dei propri simboli, delle proprie convinzioni nello spirito del tempo, nell’atmosfera culturale che più o meno coscientemente viene respirata da ogni singolo soggetto. E che la controparte si illuda di poter vincere la partita disertando questo terreno e puntando esclusivamente sulla leva delle emozioni momentanee, degli stati d’animo turbati, delle indignazioni e delle ripulse umorali, raccogliendone i deperibili frutti in questa o quella elezione e misurandoli in termini di scranni parlamentari conquistati o, tutt’al più; della “legittimazione” ottenuta assurgendo, quasi sempre in veste di partner secondario, a ruoli di governo.
Per chi, come noi, non è affatto indifferente all’esito del conflitto in atto, ma ha scelto da sempre di battersi in difesa di un mondo plurale, del diritto alla specificità dei popoli e dell’affermazione delle identità etnoculturali che ognuno di essi esprime, e in nome del rifiuto dell’egoismo sociale di matrice individualistica, in qualunque settore della vita associata in cui esso si manifesta, questa situazione è affliggente e va drasticamente modificata. Ma poiché chi dovrebbe procedere quanto prima possibile all’inversione di rotta — gli attori politici che a parole si oppongono al globalismo omologante, al politicamente corretto, alla proliferazione del materialismo consumista, alla logica dei diritti svincolati dai doveri — continua a mostrarsi sordo a moniti e consigli, smarrendosi in una navigazione a vista e nell’improvvisazione, è almeno sul piano dell’analisi e denuncia culturale (il cui valore metapolitico dovrebbe essere ormai a tutti evidente) che è necessario attivarsi.
In epoca di comunicazione immediata e “virale”, è dunque indispensabile ribattere alle mosse degli avversari, individuarne i punti di forza e di debolezza, saturare gli spazi disponibili con i propri messaggi.
Fino a quando in questo ambito prevarrà la logica delle polemiche, degli insulti, delle ripicche, della bagarre tra tifoserie, del tifo per i propri beniamini, le risorse impiegate saranno sprecate. Se e quando nei circuiti telematici e in tutti gli altri canali di dibattito pubblico verranno immesse analisi documentate e approfondite, sollevate questioni di fondo, opposte tesi a tesi, impostate battaglie di lungo periodo, le sorti della guerra che abbiamo descritto potranno essere rimesse in discussione. Per arrivare ad un simile risultato, occorre smascherare le tecniche di dominio attualmente applicate, con un’innegabile sistematicità, dai propalatori del pensiero unico. E in ognuna delle occasioni in cui si manifestano bisogna saper fornire tempestive repliche.
La prima constatazione da cui si deve partire è che, oggi ancor più di sempre, nessuno dei soggetti che agiscono nello spazio pubblico può essere considerato neutrale. Non è certo una novità il ruolo che da questo punto di vista svolgono gli organi di informazione — quelli tradizionali: giornali, radio, tv, così come quelli innovativi: siti internet, blogs, social networks —, ma rinnovato è il modo in cui essi lo svolgono. Non è più nelle cronache o nei commenti agli eventi politici, e neanche nella trattazione dei grandi fatti di costume, che si annida il contenuto ideologicamente motivante del messaggio che si vuole inviare; questo passa ormai per il modo scelto per presentare piccole storie, avvenimenti in apparenza minori, attraverso i quali la maniera “corretta” di vedere le cose viene sistematicamente insinuata. Il fenomeno migratorio è oggi lo specchio principale, anche se non unico, di questa strategia. Per farlo apparire inevitabile e in fondo positivo sono chiamati a raccolta storie di disperazione individuali degli immigrati, episodi edificanti di integrazione coronata da successo, esempi di emancipazione di qualche “poveraccio” approdato in terre lontane, esternazioni o atti di filantropia di attori, cantanti o altre figure popolari e qualsiasi altro spunto utile alla bisogna. A mo’ di contraltare, ecco un florilegio di stupidi atti di xenofobia o razzismo: dal post su Facebook alla spinta sull’autobus, dalla reazione iraconda della signora di pelle bianca verso la donna “di colore” che le si è seduta di fianco sul treno alle “vergognose” scritte vergate su un muro. Tutto fa brodo pur di mostrare l’abisso invalicabile che separa gli apostoli del Bene dagli agenti del Male, gli angeli dai demoni.
Che questo tipo di propaganda ai confini del subliminale sia efficace, è sicuro. Anche perché a darle ancora più spazio e capacità di presa è il carattere virulento tipico degli sfoghi di chi “non ne può più” delle condizioni in cui si trova a vivere. Lo stereotipo del brutto, sporco e cattivo si applica, in questi casi, alla perfezione a chi trascende ed è immediatamente trasferito, con la volontà di indurre sensi di colpa e “convertire”, a tutti coloro che nell’immigrazione di massa vedono un fenomeno negativo.
Concorrono allo scopo anche entità che in teoria nulla avrebbero a che vedere con la contesa in atto: primi fra tutti gli istituti di statistica, che si sono trasformati in armi da guerra. Chiunque abbia ascoltato in viva voce i portavoce del Censis o dell’Istat quando hanno illustrato al volgo i loro sofisticati rapporti sulla condizione dell’Italia, difficilmente sarà sfuggito alla sensazione di trovarsi nel mezzo di un vero e proprio comizio, in cui la volontà di rappresentare un paese
in preda ad una crisi di nervi, ad una sorta di isteria collettiva, alla febbrile ricerca di capri espiatori, dominato dalla cattiveria e dall’angoscia verso il futuro, era trasparentemente rivolta a porre sotto accusa una parte politica — i famigerati populisti, con uno spicciolo di attenzione malevola anche per i meno chiaramente definibili sovranisti —, colpevole di questo sfacelo morale (da quando l’etica è oggetto degli studi statistici? Sarebbe interessante saperlo), e a mettere in guardia la gente per bene tentata di farsi abbindolare da questa malvagia genia.
Non diverso è il discorso se si allarga l’osservazione all’intero spettro dei campi di attività culturale: dal teatro al cinema, dalla narrativa alla graphic novel (ma sì, nobilitiamo i fumetti con una bella dicitura made in Usa), dalla musica classica e contemporanea di ogni genere e sottogenere, dall’ambiente museale a quello della critica delle arti figurative, da ogni settore della ricerca scientifica e accademica fino al mondo dell’editoria, senza ovviamente trascurare lo sport, è tutto un esprimere o raccogliere pareri e punti di vista indirizzati in una sola, identica direzione: quella che porta al regno del Bene e del Giusto, progressista e liberale. Una comitiva alla quale si aggregano volentieri esponenti religiosi di ogni ordine e grado — ai quali si potrebbe chiedere se mai si siano domandati come mai Dio, creatore di tutte le cose, abbia voluto una Terra contrassegnata dalla diversità degli idiomi, delle fattezze e dei colori dell’epidermide, degli usi e dei costumi, dei sessi, se l’unico obiettivo degno di lode è quello di raccogliere tutto ciò in un’indistinzione egualizzante in nome della caduta dei muri e delle frontiere — e moralisti delle più varie estrazioni e professioni.
L’azione di tutti costoro ha un bersaglio chiaro a cui puntare: dominare le menti e le coscienze, orientarle secondo i propri desideri, annientare progressivamente ogni forma di dissenso tramite la demonizzazione delle critiche e degli atteggiamenti “sconvenienti”. Di fronte alla traballante tenuta dei dogmi del politically correct alle prese con le sfide della realtà vissuta quotidianamente da strati sempre più numerosi della popolazione, e soprattutto da quelli collocati sul fondo della piramide sociale, gli spazi di pluralismo bene o male conservati dalla dialettica politica delle democrazie rappresentative sono ormai vissuti con insofferenza dalle oligarchie governanti.
La sconcertante proposta, affacciata ormai da più parti, di sottrarre il diritto di voto a chi, usandolo “male”, non se ne dimostra degno, è il segno premonitore di ulteriori svolte repressive, indizio dell’avvicinarsi dell’era del totalitarismo soft che è negli auspici di chi predica un ulteriore balzo in avanti nell’occidentalizzazione del mondo e della sua riduzione a una sola dimensione. Non c’è, quindi, più tempo da perdere: è giunta l’ora di denunciare ovunque sia possibile questa logica di dominio e l’orribile futuro che essa ci sta preparando.

Marco Tarchi
(editoriale da Diorama letterario, numero 351)