Qualche giorno fa, entrando in edicola, mi sono trovato davanti agli occhi un libretto della insigne professoressa Donatella Di Cesare, venduto in allegato con Repubblica. “Virus sovrano?” era il titolo, e prometteva di essere una lettura politica della vicenda Covid. Certo, dieci centesimi per ogni paginetta, scritta tra l’altro per niente fitta… ma, si sa, la quantità non c’entra niente con la qualità e mi sono detto che forse non era un acchiappasoldi, cioè uno di quei libri scritti al volo da personaggi famosi cavalcando un fatto importante di cronaca. D’altronde la Di Cesare, protagonista delle polemiche relative alla pubblicazione dei Quaderni Neri di Heidegger, aveva meritato un capitolo intero, e bello corposo, nel mio libro sui Quaderni Neri. Non eravamo d’accordo su quasi nulla ma mi era sembrata una penna di spessore. Quindi ho comprato il libro, lo ho finito in un paio d’ore sotto l’ombrellone e ora sono qui a farne un resoconto a chi fosse interessato al tema, cioè in teoria a tutti. Consentitemi un preambolo però. Il testo si apre con una pagina in corsivo dalle evidenti velleità poetiche, in un fiorire di coppie sostantivo-attributo, messe assieme con la colla della scontatezza: “colori solari”, “asfalto ovattato”, “autobus semivuoti”, “mondo febbrile”, “note discordanti”, “impeto spontaneo”, “cenno amaro”, “apnea allibita”, “attesa angosciata”… solo per rimanere ad una manciata di righe della prima pagina. Tale afflato poetico non è abbandonato neanche nel cuore dell’argomentazione, se solo in 8 righe di pagina 66 troviamo: “esistenza smaniosa”, “durata straziante”, “ampiezza sbiadita”, “dilatazione interna”, “noie piatte”. Mi sono concesso il lusso di questo appunto stilistico perché lo stile è sostanza e ci fornisce parecchie indicazioni sul parlante.

Ma entriamo ora. Si inizia con la descrizione del virus, un “evento epocale”, un 11 Settembre estremamente potenziato. È il “virus dell’asfissia”, un virus che colpisce “dove passa l’alito della vita”. Si tratta della presa d’atto della portata anche culturale dei Covid: “ciò che appare con chiarezza è l’irreversibilità”. La prima idea-chiave che ritroviamo è che il virus abbia messo a nudo i mali del capitalismo, ovvero la “fine della storia, quella macabra profezia neoliberista che negli ultimi decenni ha ripetuto there is no alternative!”. La Di Cesare critica “la vorticosa economia del tempo nell’era del capitalismo avanzato” o “l’imperativo della crescita” fino alla denuncia chiara: “viviamo in una libertà costrittiva o in una libera costrizione” che appunto la crisi Covid può darci l’opportunità di porre da parte, poiché per la Di Cesare è il Covid che “dall’esterno ferma l’ingranaggio capitalistico” e “il virus rallentista ha avuto la meglio sull’accelerazione”. La professoressa sembra perfino essere rinsavita dal proprio progressismo quando dice ad esempio che “ si rompe il patto atavico tra le generazioni” o che esiste una “disfatta della politica” che “procede di emergenza in emergenza, tentando di assecondare gli eventi”, nella “mancanza di risposte alle generazioni future”. Che tipo di critica al capitalismo è, però, quella della Di Cesare? Quella della citata Donna Haraway, che parla di resistenza nei tempi della distruzione capitalistica in un pianeta infetto. Quella della “giustizia terrena nella società senza classi”. Ah, la lotta di classe… ce la eravamo dimenticata. Secondo l’autrice quindi “il virus ha fermato il dispositivo”, ma a me pare che il virus invece sia il dispositivo, heideggerianamente parlando. È lo strumento impersonale con cui la tecnica asservisce l’uomo La descrizione continua: per la scrittrice è contemporaneamente un”avaria imprevista”, un “virus imprevisto” ma anche una “pandemia imminente”, come previsto “già nel 2017 dall’Oms”. Quindi? Si sapeva o no? Sì, ma a suo parere tali previsioni sono state però inascoltate, poiché “la fatica degli scienziati finisce per ridursi alla vana produzione letteraria” per colpa di “Trump e Bolsonaro che giungono a negare fino all’ultimo il pericolo”. E le Task force, il comitato tecnico-scientifico, i Ranieri Guerra al comando del paese? Niente, per la Di Cesare sono ininfluenti imbrattacarte. Fa bene invece il pazzo, quindi a volte illuminato, Vittorio Sgarbi quando in parlamento definisce gli scienziati “Un gruppo di stregoni”.
Dopo gli spunti anticapitalisti, anche la critica all’esautorazione della politica da parte della tecnica mostra, a tratti, una Di Cesare interessante e condivisibile. L’autrice mette in luce l’autoritarismo dello “stato d’eccezione”, la facilità con cui si sono sospesi i diritti fondamentali, il ruolo del “funzionario subalterno, il burocrate, la guardia ostinata” e quel “mostro che sonnecchia nell’amministrazione” che espone i più vecchi e i più deboli. E qui il lettore si aspetterebbe lo sdegno per la censura nei confronti dei liberi pensatori, dei medici e degli scienziati che hanno detto la verità, come Di Donno o Zangrillo, o almeno per il T.S.O. con cui hanno rinchiuso e torturato Musso, colpevole di aver pensato differentemente. Ma, e ti pareva, gli esempi della Di Cesare sono altri: i “migranti annegati in mare o consegnati alla tortura di zelanti guardie libiche” e gli “scarcerati scomparsi per metadone dopo le rivolte”. Sarebbe semplicemente incredibile, se il concetto non fosse ribadito più avanti: “La guerra degli Stati nazionali contro i migranti, assecondata e sostenuta dai cittadini, fieri e gelosi dei propri diritti, può proseguire indisturbata con qualche alleato in più”. Per la Di Cesare il virus ha messo in luce la reale natura delle nostre democrazie, la loro faccia spaventosa, “il vincolo che le tiene insieme”. Tale vincolo sarà lo strapotere dell’economia sovranazionale? Sarà forse la finanza malata – ci chiediamo? Ma no, per lei è la “la fobia del contagio, la paura dell’altro, il terrore per ciò che è fuori” e poi “il razzismo (un virus potentissimo!)”, la lotta contro il quale è inutile anche se si chiede l’apertura dei confini, se poi non si mette in dubbio “l’appartenenza nazionale”, poiché “si presuppone così una comunità naturale chiusa e […] questa potente finzione, che ha dominato per secoli, spinge a credere che basti la nascita, a mo’ di firma, per appartenere alla nazione”. Eh certo, professoressa, per appartenere alla nazione dovrebbe bastare la firma dello scafista su un foglio, no? Ma, proprio come in Marx, non è che alla fine la borghesia non è tanto male e occorrerebbe potenziarla per arrivare allo stato di giustizia? Eh già, pare: “Sebbene la globalizzazione abbia allentato questi nodi, la prospettiva politica non sembra molto cambiata”. Santa globalizzazione! Forse ce ne vorrebbe di più…
Ma l’autrice prosegue in quella che è la descrizione di una vera e propria colpa: la volontà di immunità. E lo fa sottolineando come il termine immunità sia il contrario di comunità, e che oggi “si scambia la comunità con il suo opposto, l’immunità”. Vorrei controbattere che senza una “non comunità” non c’è alcuna “comunità”, e si potrebbe farlo con le parole di Giacomo Leopardi: “Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno, e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto”. Ma a nulla servirebbe poiché della parola “Patria” la Di Cesare non saprebbe che farsene. Ma sull’immunità come colpa l’autrice va oltre, dicendo che “gli effetti devastanti dell’immunizzazione, tra cui una gran quantità di malattie autoimmuni, ricadono proprio sui cittadini”. Ma, a proposito, dare uno sguardo al ruolo dello stile di vita consumistico, con le sue sostanze deleterie utilizzate per la produzione globale, e magari alle pratiche vaccinali in merito alla diffusione di tali malattie autoimmuni, non salta per nulla in mente alla Di Cesare. Come mai? Anche per quanto riguarda la critica alla tecnocrazia, alla quale pure ella sporadicamente accenna, come ad esempio quando scrive: “politica e medicina, ambiti eterogenei, si sovrappongono e si confondono. Non si sa dove finisca il diritto e dove cominci la sanità”, manca un accenno alla deleteria quanto attuale questione dell’obbligo vaccinale. Lì non si ravvisa nessuna intromissione da parte delle case farmaceutiche? No, assolutamente, tanto che “si è passati dal partito complottista dei novax al partito scientista dello Stato medico”. Quindi nei confronti dei complottisti, o meglio, di chi viene definito tale dal sistema, l’accanimento scientista va bene? La Di Cesare, certo, censura lo squilibrio del rapporto politica-scienza e mette in guardia sul fatto che “avallare il regime degli esperti sarebbe un rischio enorme”, però non spende una parola sulle responsabilità politiche (né sul nome dei partiti maggiormente coinvolti), connesse alla realizzazione di tale regime. Come mai la filosofa non prende le difese di Forza Nuova che più di ogni altro sta, dall’inizio, sottolineando questo pericolo? Le sta a cuore invece un altro tipo di movimentismo: “femministe e antirazzisti, ecologisti e pacifisti, nuovi disobbedienti, attivisti informatici, militanti delle Ong” che ora, a causa del virus, non possono più “protestare contro le derive sovranistiche e securitarie”. Forse il libro è stato scritto prima dell’emergere del Black lives matter ma certamente non è stata una previsione azzeccata. Quali erano gli scopi meritori di tali movimenti, secondo la Di Cesare? “mettere allo scoperto il potere finanziario senza volto”. Assurdo: l’autrice non sa o finge di non sapere chi ci sia dietro il gretinismo, il femminismo, il Blm, forse perché sono gli stessi finanziatori dell’invasione e della sostituzione etnica che ci attanaglia? E poi, diciamocelo chiaramente, il volto c’è eccome. Dietro questi movimenti, dicevo, speculano e agiscono gli stessi attori dell’invasionismo e dell’ipervaccinismo e si arricchiscono gli stessi che hanno guadagnato col virus. La Di Cesare attacca quindi Bezos, Gates, Soros? Ma no, ella si accanisce su Viktor Orban che “si è attribuito pieni poteri”, Trump che si è definito “wartime president” e ovviamente Matteo Salvini, che aveva invocato “i pieni poteri già molto tempo prima”. Trump è attaccato anche come complottista e la denuncia del complottismo come piaga è lo sbocco inevitabile: “le fakenews si moltiplicano con ritmo inarrestabile”, “la diffusione planetaria dei miti complottistici”, “Gli effetti sono devastanti. Basti ricordare quelli sulla Shoah”, “Hitler, maestro di cospirazione” e via dicendo. Ma sulle fakenews dell’Oms? Mascherine no, poi sì, guanti sì, poi no, poi un metro, otto metri, un metro e mezzo, idrossiclorochina no… di quelle fakenews non conviene parlare, vero? Quei siti sui social non vanno oscurati? Meglio scrivere che “le élite, la casta, il governo mondiale” sono fakenews e che “il complotto è il cardine di un certo populismo”. A nulla varrebbe, ne sono certo, riportare dichiarazione degli stessi attori a conferma della esistenza di tali supposte fandonie a qualcuno che scrive: “l’immigrato, lo zingaro, i burocrati di Bruxelles, il virus cinese – è la fonte inesauribile di fantasie complottistiche”. E la terra piatta ce la siamo scordata?
La Di Cesare si esibisce poi in un saggio magistrale di oikofobia, ovvero la paura di ciò che è di casa, che è proprio, che ci appartiene, quando dice che “l’abitazione è una sorta di estensione del corpo che […] esprime la necessità di una chiusura rassicurante e porta alla luce l’emergenza del paradigma immunitario”. E certo! Liberiamoci delle nostre case, così grette e meschine! Magari possiamo consegnarle a quella finanza internazionale che da anni mira al patrimonio immobiliare italiano, che è la spina dorsale della notra resistenza ai paradigmi della globalizzazione. D’altronde c’è “la gelosia sovranista dell’abitazione. Basti ricordare gli sbandierati miti dell’invasione, la paura diffusa dell’immigrato”. Fuoco alle case, alle cattive case degli italiani che non le aprono a cani e porci! Gli scassinatori allogeni che, nonostante siano in minoranza, commettono furti e violenze più degli italiani, dovrebbero allora essere considerati degli eroi-filosofi che contribuiscono alla demolizione del mito della casa italiana come rifugio. Peccato poi che, per lo stesso principio, non si riesca a schiodarli dalle proprietà che alcuni di loro hanno abusivamente occupato. La fiera dell’ipocrisia. Ma ritorniamo alla precedente tematica della critica al capitalismo, capitalismo che ha “innalzati e rafforzati muri per nascondere ogni altra possibilità”. Del capitalismo, quello conservatore ovviamente, è la colpa del disastro. Perché? Perché “Ha prevalso la chiusura, ha avuto il sopravvento la pulsione immunitaria, la volontà ostinata di restare intatti, integri, indenni. La xenofobia, la paura dell’estraneo e la exofobia, la paura abissale per tutto ciò che è esterno, che viene da fuori, sono gli inevitabili danni collaterali”. La professoressa Di Cesare elabora quindi una nuova colpa che dovrebbe ricadere su di noi, quella di non voler ammalarsi, condividendo così la malattia degli altri, in una sorta di comunione mistica del morbo. Roba da matti. Ed è consequenziale poi la chiosa: “la pandemia mette a fuoco tutto ciò e rivela la nostra malattia dell’identità”. Eccalallà, l’identità è una malattia! Non solo lo è la volontà di preservarsi, nel corpo, nella mente e nella cultura, ma anche la semplice percezione dell’identità sarebbe una malattia. Siamo allo sproloquio che inverte la realtà e ormai l’autrice non ha più freni né maschere: “la guerra degli Stati nazionali contro i migranti, quella logica immunitaria dell’esclusione, appare oggi in tutta la sua ridicola crudezza. Nulla ci ha preservato dal coronavirus, neppure i muri patriottici, le frontiere boriose e violente dei sovranisti. La pandemia globale mostra l’impossibilità di salvarsi se non con l’aiuto reciproco”. Eccoci dunque, la colpa non è stata degli abbracci ai cinesi di Sala, della mancata chiusura dei voli e del non avvenuto ripristino dei controlli alle frontiere. No, la colpa è stata dei muri trumpiani e la “salvezza”, tipicamente messianica ed utopica (salvezza da che?) ci sarà data dal nuovo ordine mondiale e dalla globalizzazione dispiegata. Ma la dissoluzione dell’identità assume contorni ancora più estremi quando l’autrice invita a “ripensare l’abitare” che non dovrebbe essere tanto “essere radicati nella terra, bensì respirare nell’aria” perché “esistere è respirare. È l’esistenza che viene da fuori, che si decentra, migra, inspira l’alito del mondo e lo espira, lo proietta fuori di sé, s’immerge e riemerge, partecipando così alla migrazione e alla trasformazione della vita” perché “siamo tutti estranei, ospiti provvisori, migranti rinviati l’uno all’altro, stranieri residenti”. Quindi l’esaltazione del senza-terra, dello sradicato è totale quanto fittizia. Ipocrisia. Quanti migranti cingalesi ospita a casa sua la Di Cesare? È disposta a condividere con me, misero ricercatore “emigrato”, il suo stipendio e il suo ufficio alla Sapienza, dove insegna? La migrazione diventa la panacea, diventa la chiave interpretativa di tutto, diventa un bene di per sé. Se un broccolo fracido è migrante diventa magicamente uno zaffiro. No, noi non siamo affatto “tutti estranei” signora Di Cesare. Io non sono estraneo a mio figlio, ai miei genitori, ai miei amici, e anche agli italiani con cui condivido infinitamente più che con un afgano, senza che questo significhi che io o i miei parenti o affini siamo in qualsiasi modo migliori di un afgano. Gli afgani mi sono estranei e basta, non ci si può criminalizzare per questa ovvietà. D’altra parte non si riesce a far notare a questi signori politicamente corretti un’altra ovvietà, cioè che il virus non si muove nell’aria, si muove tramite i corpi, e se i corpi non arrivano a contatto, il virus non può nulla. Quindi non è la mancanza di organizzazione sovranazionale la causa della tragedia Covid ma, esattamente al contrario, la mancanza di autarchia e autonomia, la mancanza di frontiere fisiche, che non vanno viste come le armi dei cattivoni ma, storicamente, come la base di ogni civiltà che si vuole ancora tale. È del tutto inutile la storiografia da centro sociale autogestito fatta di belle contaminazioni e pacifici scambi. Davanti ad Adrianopoli tutto ciò si dissolve inevitabilmente.
Per la Di Cesare il virus “si fa beffe del sovranismo” quando la verità è che il mancato sovranismo, quello economico, ha permesso la velocissima espansione dello stesso, oltre ad aver impedito, si veda la ridicola supplica dello Stato italiano alla Ue per la concessione di fondi, l’arginamento dei danni. Per lei “il virus sovrano passa per l’aria e nessuno è immune”. Quindi il virus avrebbe messo in luce la nostra vulnerabilità, ma per la Di Cesare essa è un bene, poiché qualcuno ha invitato ad interpretarla come una risorsa. Chi? Ma Judith Butler ovviamente, la femminista pioniera dei gender studies, quella che, per intenderci, sosteneva che donne e uomini non esistono e che le differenze sessuali non sono altro che atti recitati, ripetuti e sedimentati sulla base di specifici codici imposti dal potere dominante, quello maschile. Vedete in che senso si arriva a parlare di “malattia dell’identità”? L’autrice non manca di dedicare una parola alle vittime, soprattutto quelle di Bergamo, dove “il forno crematorio non riesce a smaltire le troppe salme” (Ma, considerando anche gli altri forni disponibili, quante erano queste salme?) e sembra veramente preoccupata per coloro che sono sotto “confinamento e sorveglianza digitale”. Queste vittime saranno le partite Iva messe in ginocchio? Gli sfigati dell’app Immuni? Gli anziani privati della compagnia dei figli? Ingenui che siete… Sono “i disoccupati, immigrati, nomadi, prostitute, fumatori di cannabis”. Sì, anche i fumatori di cannabis, poverini.
Il finale del libretto, poi, è estasiante: “Il sé identitario e sovranista non se la cava bene. Anche perché presume un’integrità che non esiste: al suo interno si verificano sempre microscontri, piccole guerriglie. La cosiddetta dose infettante è indispensabile. Per funzionare gli anticorpi devono interpretare la parte degli estranei, senza ostentarsi come fieri autoctoni, e in quella parte – il teatro può aiutare! – riconoscersi stranieri residenti. Questa sarà la salvezza e la salute. La difesa poliziesca non giova neppure qui”. Preferisco non commentare, altrimenti consiglierei qualche buona cura.

Matteo Simonetti